Donald Trump e i suoi portavoce/alleati sembrano aver deciso di andare alla guerra contro le agenzie di intelligence. Non è una novità assoluta, anzi, ma lo scontro e il modo in cui prende forma ha qualcosa di fuori dal comune. E rischia di essere pericoloso per il presidente eletto che ha annunciato di aver scelto, Rex Tillerson, una vita passata alla Exxon e noto per le sue ottime relazioni con Putin – e i sauditi – come Segretario di Stato. Tillerson e Trump si sono incontrati più volte, si sono piaciuti e in molti (Condoleezza Rice, che ha prima di entrare nell’amministrazione Bush lavorava per la petrolifera Chevron, Dick Cheney) hanno sostenuto e sosterranno in pubblico la sua candidatura. I democratici ed alcuni repubblicani hanno però espresso forti riserve, sia per le relazioni personali, che per i conflitti di interesse: Exxon è stata danneggiata dalle sanzioni alla Russia. In teoria ci sarebbero i numeri per bloccarne la nomina, che deve passare per il Senato.

Il futuro segretario di StatoTillerson e Putin

Tillerson con Putin EPA/MIKHAIL KLIMENTYEV / RIA NOVOSTI

Il tema delle relazioni con Mosca e del possibile intervento russo nel cercare di influenzare le elezioni è dunque cruciale. C’è un dossier CIA che ritiene di avere elementi per dire che la Russia ha lavorato in quella direzione. Il dossier dell’agenzia di spionaggio non è basato su elementi inequivocabili, non ci sono comunicazioni captate, prove o altro. Ma soprattutto deduzioni: molti elementi, l’hackeraggio dei server della campagna Clinton e la fuga di notizia puntano nella direzione di hacker russi che tutti sanno avere legami con lo Stato russo. «Ridicolo» ha risposto Trump, che ha anche detto «questa è la stessa gente che ci ha detto che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa». E poi anche: è una notizia messa in giro dai democratici. Vero, ma il presidente è meglio che non lo dica così.

Infine un tweet nel quale Trump spiega: a meno di non prendere gli hacker sul fatto, è difficile capire chi ha fatto cosa. E perché non se ne è parlato prima del voto? Una sciocchezza la prima, una bugia la seconda: anche membri dell’amministrazione hanno parlato del caso russo, ma si è scelto di non aprire un’inchiesta prima del voto per evitare di farla apparire come un tentativo di influenzare il voto.

 

Ancora più improbabili sono le parole di John Bolton, ex ambasciatore all’Onu con Bush e neocon non pentito che si dice potrebbe diventare vice segretario di Stato. Bolton ha sostanzialmente detto in Tv che tutta la vicenda potrebbe essere una pista falsa orchestrata dall’amministrazione Obama. Bolton parla di “false flag”, ovvero di una pista falsa ordita dal governo per sviare e diffondere notizie false. Materiale per il pubblico a cui piacciono le teorie del complotto. Quelle di Bolton sono deduzioni: i russi, dice, hanno i mezzi per non lasciare tracce, se lo hanno fatto vuol dire che c’è qualcosa che non torna. Gli uomini di Trump, insomma, sostengono che l’agenzia stia politicizzando l’intelligence. Un attacco diretto a John Brennan, uomo messo al suo posto da Obama, che nei giorni scorsi ha rilasciato un’intervista alla Bbc nella quale critica l’idea di gettare alle ortiche l’accordo sul nucleare iraniano e quella di tornare a usare la tortura come strumento per ottenere informazioni. Sul tema della Russia, a dire il vero, la CIA ha tenuto un profilo basso.

 

 

Altrettanto vero è che il più evidente colpo a Clinton è venuto dall’Fbi, che ha detto che avrebbe indagato sulle mail private provenienti dall’account Clinton e trovate nel computer di Anthony Weiner, marito della braccio destro di Hillary, Huma Abedin. In questo caso la Russia non c’entra.

Ma il punto, sostengono i favorevoli a un’indagine, non è tanto e quanto la circolazione di notizie false – disseminate da siti russi – e la diffusione di email vere rubate dai server di posta dei democratici abbiano o meno cambiato il risultato elettorale (e alcuni tweet di Nate Silver lasciano pensare che, secondo il più influente esperto di numeri politici d’America, un ruolo lo hanno giocato). Il tema, come hanno detto diversi senatori repubblicani, è se un Paese non amico abbia cercato di influenzare attivamente il processo politico della democrazia Usa. La cosa, per gente della vecchia guardia repubblicana, cresciuta con lo spettro dei sovietici, sarebbe gravissima. E per questo il leader repubblicano del Senato, McConnell, ha annunciato che ci sarà una indagine del comitato di intelligence perché «questo non può essere un tema di parte». Anche la campagna Clinton chiede un’indagine.
Si delinea quindi una frattura anche tra Trump e parte della sua maggioranza, molto dipenderà da cosa il comitato del Senato e la CIA troveranno.

Il conflitto con le agenzie di intelligence non si ferma qui: da diverse settimane, il presidente eletto, dovrebbe ricevere un briefing quotidiano sulle questioni relative a sicurezza e intelligence. Trump si rifiuta e giustifica la cosa, in Tv, dicendo: «Perché sono un tipo sveglio e perché mi rifiuto di sentire tutti i giorni le stesse cose, dette con le stesse parole». Trump sta insomma dicendo alla gente che si occupa di intelligence che le informazioni che raccolgono non sono di valore per il presidente. E lo sta dicendo in pubblico. Un’altra cosa che non si fa.

L’attitudine sembra quella – lo avevamo sospettato nelle prime ore -di uno che detesta e detesterà tutti gli obblighi del presidente che non siano inaugurare cose, fare discorsi roboanti e ricevere capi di Stato. La soluzione rischia di essere una delega totale al suo vice e al consigliere per la sicurezza nazionale Flynn, non un moderato, su tutte quelle cose che “annoiano” il presidente eletto. In quel caso, saranno loro a influenzare la politica presidenziale. Gli agenti della CIA, che di informazioni ne vedono circolare parecchie, anche sul presidente, non la prenderanno bene. Ora, Trump ha un passato pieno di cose che è meglio non diffondere. NOn necessariamente illegali: ma il nastro in cui diceva “acchiappale per la figa e siccome sei una celebrità fanno quello che desideri” non è certamente l’unica cosa imbarazzante in circolazione. Avere contro gli agenti della CIA, forse, non è una buona idea.

In passato è successo che Nixon accusasse l’agenzia di aver aiutato Kennedy a vincere, mentre negli anni 2000, il capo della CIA George Tenet ha prima collaborato con l’amministrazione Bush per poi prendere le distanze e dichiarare, anche davanti al Congresso, che le informazioni relative alle armi di distruzione di massa di Saddam, sono state usate in maniera distorta per invadere l’Iraq.

Tenet si dimise e molte delle colpe dell’Iraq vennero attribuite a lui e a una sua frase detta in una riunione (“è una schiacciata”, parlando dell’intelligence sulle armi di Saddam), che a suo modo è stata diffusa in maniera da distorcerne il significato. Ma Tenet si difendeva e la verità la sapremo chissà quando. Chissà cosa sapremo della Russia, invece, se è vero che il presidente eletto sembra avere tutte le intenzioni di aprire un canale preferenziale con Putin. A partire dalla nomina di Rex Tillerson, petroliere con forti interessi a Mosca, come Segretario di Stato, scelta che è stata elogiata dal governo russo.

Hanno a che vedere con l’intelligence anche le notizie che riguardano la possibile nomina alla guida della National Intelligence Agency di Carly Fiorina, ex manager disastrosa di Hewlett-Packard (quella delle stampanti) ed unica donna candidata alle primarie repubblicane vinte da Trump, che durante un dibattito le disse che non sapeva gestire un business e aggiunse: «Guardate quella faccia, potrebbe essere quella del vostro prossimo presidente. È una donna e non dovrei dire cose maleducate, ma andiamo…». Fiorina rispose bene, ma oggi riempie Trump di elogi e in cambio potrebbe ottenere la nomina a un posto per il quale non ha nessuna qualifica. Le battute che circolano in rete sono tutte, più o meno: «Ha distrutto Hewlett Packard, sarà capace di distruggere l’Isis».

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