Questo pomeriggio il Segretario di Stato John Kerry terrà un discorso nel quale cercherà di delineare una strategia diplomatica per la ripresa dei colloqui israelo-palestinesi. Un discorso tardivo, come l’astensione al consiglio di sicurezza Onu, che prova a indicare una strada e, forse, a mettere qualche limite alle scelte della futura amministrazione Trump in materia. I critici sostengono che le ultime mosse di Obama e dei suoi siano un rischio proprio per le scelte future: il nuovo presidente, che ha già annunciato lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme e nominato un ambasciatore finanziatore di insediamenti, potrebbe scegliere di rompere con ogni passo fatto da Obama proprio ed esclusivamente perché lo ha fatto Obama.

Il premier Netanyahu ha promesso di mostrare al team Trump le prove secondo le quali il presidente Obama ha partecipato direttamente alla scrittura della risoluzione, compiendo così un atto diplomatico ostile nei confronti di Israele. Ora, a parte che non ci sarebbe nulal di grave se gli Usa partecipassero alla scrittura di una risoluzione che condanna Israele, magari per contenerne i toni, il fatto incredibile sono le accuse fatte da Bibi come sse si trattasse di un atto terroristico. E l’annuncio irrituale di voler parlare non con il presidente, ma con quello eletto. E, infine, l’agitare prove che forse non avremo mai. O che Trump rilancerà in maniera esagerata e distorta.

La crisi tra Usa e Israele sull’astensione all’Onu ci aiuta insomma a ricordare come il 2016, l’ultima parte in particolare, sia l’anno in cui i presidenti e i leader di Paesi importanti hanno usato in maniera aperta le voci, le teorie del complotto o si sono lanciati accuse molto dure senza produrre prove – o sostenendo di averne, senza per ora mostrarle. O hanno, come Donald Trump dal suo account twitter, disseminato notizie vere a metà, interpretato, torto la realtà a proprio piacimento. O infine, sono caduti vittima di fake news e ad esse hanno risposto.

Nei giorni intorno a natale il ministro degli Esteri pakistano, Khawaja Asif dopo aver letto su internet che Israele minacciava di «distruggere il Pakistan con un attacco nucleare» nel caso il Paese asiatico avesse mandato truppe in Siria, rispondeva: «Israele dimentica che siamo anche noi una potenza nucleare». Spaventoso. Peccato che il ministro della Difesa israeliano non avesse mai pronunciato la frase attribuitagli.

Peggio ha fatto il generale Flynn, il consigliere per la sicurezza nazionale del futuro presidente Trump, che ha usato il suo account twitter per rilanciare notizie e teorie del complotto quali: la campagna Clinton si prepara a lanciare un “crociata” contro la chiesa cattolica, Obama è uno jihadista che fa riciclaggio di denaro sporco per i terroristi, John Podesta (il capo della campagna Clinton) partecipa a rituali nei quali si consuma sangue umano. Tra le notizie rilaciate anche quella secondo cui in una pizzeria di Washington si svolgevano rituali con bambini e che questi fossero legati alla campagna della candidata democratica. Qualche settimana dopo un uomo è entrato armato nella pizzeria per fare giustizia.

Poi c’è l’uso politico-diplomatico. Nei prossimi giorni vedremo se le prove di Netanyahu esistono. Intanto sappiamo che gli Usa si preparano a colpire Mosca con sanzioni a causa del presunto intervento nella campagna elettorale americana. In questo caso abbiamo molti elementi per dire che l’intervento ci sia stato, ma fino a quando non avremo il rapporto del Congresso o quello del team messo su da Obama, non avremo certezze. Eppure la vicenda ha aperto una crisi diplomatica senza precedenti e i toni tra Mosca e Washington non sono stati così aspri da decenni. Ieri il ministero della Difesa russo ha spiegato che la fornitura americana di armi ai ribelli siriani deliberata in questi giorni è «un atto ostile contro la Russia». La fornitura non è una fake news, ma i toni sono sopra le righe, distorcono un po’ la realtà delle cose: americani e russi sono da tempo impegnati nel sostegno a ribelli, gli uni, e ad Assad, gli altri.

Così come lo sono quelli usati dal presidente turco Erdogan, che dopo aver fatto passare sul suo territorio armi e ribelli per anni ora accusa Washington di fornire armi e sostegno all’Isis. Erdogan parla di “prove” ma non le mostra. Gli Usa rispondono che si tratta di una falsità. In entrambi i casi, i toni sono aspri, segnalano una rottura senza precedenti, ma non abbiamo fatti. La notizia, statene certi, rimbalzerà per mesi su internet. Le accuse di aver lasciato fare l’Isis, specie contro i curdi sono state molte, alcune potrebbero a loro volta essere notizie fatte circolare contro Erdogan. Un’alleanza indiretta, c’è però indubbiamente stata, specie nei mesi dell’assedio di Kobane. Erdogan poi mette sullo stesso piano l’aiuto all’Ypg curdo – quello dichiarato dagli Usa – e quello all’Isis.

Esempi ce ne sarebbero mille altri e magari alcune delle accuse lanciate in questi giorni sono vere, ma il tema è il modo in ci siamo abituati a usare e mischiare fatti e voci o l’uso politico di numeri falsi – quelli sugli immigrati e sul loro costo per il sistema sanitario nazionale della campagna a favore del Brexit o le notizie distorte provenienti dalla Siria, che cambiano di 360 gradi a seconda del sito dove le leggiamo (i caschi bianchi sono eroi degni del premio Nobel per la pace o jihadisti e sgozzatori travestiti?). Del 2016 ci resta una certezza: c’è un clima tossico in giro e i leader di molti Paesi e partiti politici usano in maniera spregiudicata  – o stupidamente inconsapevole – internet come uno strumento di propaganda. E la cosa dovrebbe preoccuparci molto.

Commenti

commenti