I suoi collaboratori dicono che John Kerry avrebbe voluto tenere questo tipo di discorso già un paio di anni fa. Quando c’era ancora del tempo, per lui e la amministrazione Obama, di lavorare davvero a un piano che riportasse israeliani e palestinesi a un vero tavolo delle trattative. Il disinteresse di tutti lo ha fatto desistere: la vicenda è talmente controversa e spinosa per chiunque, che senza una forte volontà del presidente non c’è piano che tenga – a dire il vero con il Medio Oriente in fiamme e Netanyahu al governo è difficile pensare che un piano avrebbe potuto funzionare comunque.

Il discorso che il veterano della diplomazia Usa ha tenuto ieri era diretto soprattutto a Israele perché «agli amici si dicono delle verità» ed era per spiegare che no, l’astensione in consiglio di sicurezza non aveva nulla a che vedere con un colpo basso. Kerry ha detto quello che tutti sanno: la soluzione due popoli due Stati è a un passo dal diventare storia del passato. Anche, ma non solo, a causa della politica degli insediamenti israeliani che accerchiano e dividono quella che dovrebbe e potrebbe essere l’integrità territoriale del futuro Stato palestinese. Il riconoscimento degli insediamenti, anche quelli costruiti illegalmente da parte dei sostenitori della Grade Israele in luoghi scelti apposta per spezzare la giurisdizione dell’Anp, rende sempre meno possibile la costituzione di uno Stato.

Con un problema: se salta l’ipotesi dei sue Stati, «Israele deve scegliere se essere uno Stato ebraico, oppure uno Stato democratico». Già, perché se gli Stati sono due, i palestinesi avranno diritto di voto in Palestina, se lo Stato è uno solo, occorre concedere loro il voto, per rimanere democratici – e quindi diventare potenzialmente minoranza alla Knesset e nelle istituzioni – oppure non concederlo e decidere che milioni di cittadini, non sono tali.

Un discorso duro, qullo di Kerry, che ha ricordato come la coalizione al governo sia la più a destra di sempre, dove piccoli partiti hanno un enorme potere di veto. E risentito: Netanyahu ha sempre maltrattato gli Usa di Obama nonostante Israele abbia ricevuto sostegno tecnologico e militare come non mai nella storia dei rapporti bilaterali. E nonostante gli Usa abbiano usato il potere di veto all’Onu solo per impedire votazioni contro lo Stato ebraico.

Il problema del discorso di Kerry è che arriva troppo tardi. E che Netanyahu può rispondere con toni raramente usati da un leader israeliano nei confronti degli americani. «Kerry si è inchinato alla campagna terroristica dei palestinesi», il discorso non era «equilibrato» e l’unico problema è che «i palestinesi non riconoscono il diritto di Israele ad esistere». Falso: Kerry ha parlato del terrorismo, ha detto che la violenza non si giustifica mai e anche altre frasi così. Ma non conta: Netanyahu è un altro dei politici che usa la tattica del noi e loro. Loro sono i palestinesi, sono gli Usa di Obama, e tutto quanto non siamo noi, è contro di noi. Chi ci critica è un nemico. E chi se ne infischia se nei Territori il rischio è quello di una ulteriore radicalizzazione, una che farebbe rimpiangere Hamas. Netanyahu oggi può contare sul fatto che Putin, in funzione anti americana, gli è vicino e che il prossimo presidente Usa gli ha già detto di non preoccuparsi: «tenete duro, mancano 20 giorni», ha twittato Trump.

Per tutte queste semplici ragioni, il discorso di Kerry non è altro che un addio, la volontà di segnalare che lui un’idea e una volontà di lavorare alla pace ce l’aveva. Ma il disinteresse di Obama e una situazione pessima sul campo hanno remato contro. Non sono serviti i viaggi, centinaia di incontri, pressioni e promesse. Alla fine del discorso Kerry ha ricevuto un lungo applauso. Come quelli che si fanno aglo Oscar alla carriera.

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