C’è la margherita ossessionata dai suoi petali “Ti amo, non ti amo”, c’è il cuore rosso e la freccia che lo manca, c’è una superficie tutta nera che in realtà è una seppia che si giustifica dicendo: “Oggi mi sento emotiva”. Se volete entrare nel mondo poetico di Fabio Magnasciutti dovete recarvi al villino Corsini del Teatro di Villa Pamphilj a Roma, nel parco della splendida villa sulle colline vicino al Gianicolo (Porta San Pancrazio). Qui, fino al 15 gennaio è allestita la mostra Love is in the Eh? (martedì-domenica 10-17, ingresso libero).
Sono esposte le tavole originali di uno dei più importanti illustratori italiani, collaboratore di molte testate, tra cui Left, vincitore nel 2015 del premio “Miglior vignettista italiano” del Museo della satira di Forte dei Marmi, nonché docente di illustrazione editoriale allo Ied di Roma e fondatore della scuola di illustrazione Officina B5.

Domenica 8 gennaio alle ore 11,30 Fabio Magnasciutti presenterà il suo ultimo libro Nomi cosi animali (Barta), insieme a Silver, il padre di Lupo Alberto che ha scritto la prefazione del libro.

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Silver, ovvero Guido Silvestri, ha tratteggiato il segno di Magnasciutti con queste parole ricche di senso:

«…intelligenza elegante delle sue riflessioni, sguardo lunare sulle cose, distaccato e apparentemente disinteressato alle miserie dell’attualità, che invece, al contrario, aggredisce alle spalle arrivandoci per vie traverse».

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Intelligenza “calda”, verrebbe da dire, quella propria dell’artista che prende spunto da parole, luoghi comuni, stereotipi, banalizzazioni e fardelli quotidiani che smonta e rilegge talvolta con leggerezza, talvolta con una satira più graffiante. Anche perché il tema trattato è l’amore e allora cosa si può dire di un tema impossibile da definire? Giustamente Fabio scrive della mostra:

 «Un labirinto nel quale addentrarsi ed eventualmente smarrirsi, fino a non voler cercarne più l’uscita. Come le domande rispetto alle risposte, nelle faccende amorose preferisco l’attesa, l’essere sospesi al compimento, il sogno in sé al suo realizzarsi».

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Ma qualche volta, l’ironia esplode, come nella tavola in cui si vede un Immanuel Kant che parla a una donna, ossia si lancia in improbabili discorsi sulle varie critiche delle varie ragioni, estetiche ecc. ecc., e la donna in questione, che si chiama, guarda un po’, Eva, risponde al prolisso filosofo (riferimenti ai nostrani intellettuali?) con un laconico: «Immanuel, io trombo con Diabolik».

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Poi ci sono i luoghi comuni, appunto, si parla di farfalle nello stomaco ma sono due iguana i protagonisti e sicuramente sono farfalle… vere. E quest’ultime, le farfalle, si vendicano di tutti quei tentativi di approcci di fantomatici seduttori che le utilizzano – «vuoi venire a vedere la mia collezione di farfalle?» – con un altro invito: «Vuoi venire a vedere la mia collezione di entomologi?». Poi c’è la rondine che dorme a testa in giù perché sta insieme al pipistrello, «La prossima volta andiamo a casa mia», dice stizzita. E poi la serie degli umani, uomo e donna, esili figure come incise sulla tavola, che parlano, si confrontano, si studiano. E le storie d’amore tra oggetti, matite soprattutto…

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Non esiste una conclusione, quello che conta è la sospensione, l’attesa, il silenzio che arriva dopo lo schioccare della battuta. Del resto, quella che Fabio Magnasciutti racconta a modo suo, è materia scottante di per sé, da prendere con le molle, non esistono verità assolute. Forse l’unica verità è che non si rinunci alle emozioni, che il cuore trovi ancora un posticino nei meandri del cervello (un’altra bella tavola).

«Mi manchi», dice il cuore alla freccia che sbaglia traiettoria. Il segno poetico, scritto e disegnato, di Magnasciutti non sbaglia affatto traiettoria. Colpisce al centro.

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