Il 12 gennaio, l’Organizzazione internazionale del lavoro( Ilo) ha pubblicato il suo rapporto annuale “World Employment and Social Outlook”, un documento di previsione e di analisi delle tendenze legate all’occupazione e all’attività economica. Cosa racconta? Poco di buono.

Secondo gli esperti dell’Ilo, nell’Europa del sud, nord e occidentale, nel 2017, il tasso di crescita dell’attività economia è destinata a contrarsi ulteriormente rispetto al 2015 e il 2016 con «stabilizzandosi a un 1,5 per cento aggregato». Quali sono le ragioni del relativo declino? L’Ilo cita l’aumento previsto dei prezzi dell’energia, una domanda in calo da parte di partner commerciali (soprattutto mercati emergenti) e la Brexit.

L’uscita del Regno Unito dall’Ue «indebolisce la fiducia di medio periodo da parte di investitori e, a livello generale, da parte dei mercati finanziari». Inoltre, il documento specifica che queste tendenze negative sono bilanciate soltanto in parte dalle aspettative di politiche monetarie espansive della Banca centrale europea (Bce) e di politiche marginalmente più orientate alla crescita che alcuni Paesi intraprenderanno.

All’interno del blocco europeo, «la previsione negativa più forte riguarda proprio il Regno Unito, Paese per il quale si prevede una contrazione economica relativa che dovrebbe portare l’economia a crescere soltanto dell’1 per cento, meno dunque rispetto ai tassi di crescita media del 2,3 per cento sperimentati tra il 2013 e il 2016.

Ma anche per la Germania si prevede un calo nei livello di attività economica: dall’1,7 per cento del 2016 si dovrebbe scendere all’1,4 per cento nel 2017. E l’Italia? Secondo l’analisi, «Italia e Portogallo sperimenteranno una stagnazione che vedrà crescere l’economia intorno all’1 per cento», mentre Spagna e Grecia dovrebbero attestarsi a tassi del «2,2 e 2,7 per cento» rispettivamente.

Se queste sono le previsioni che riguardano la crescita economica, lo studio dell’Ilo si sofferma poi sulle tendenze del mercato del lavoro: «Conseguentemente alla minore attività economica, il tasso di miglioramento dei valori occupazionali del mercato di lavoro rallenta».

In pratica, sebbene il tasso aggregato di disoccupazione relativo all’Europa del sud, nord e centrale diminuisca dello 0,2 per cento, questo valore viene visto in maniera negativa dall’Ilo: tra il 2013 e il 2016 la disoccupazione era infatti scesa di 2 percentuali. In altri termini, «rallenta il percorso di riavvicinamento ai livelli occupazionali pre-crisi». Soltanto in «Croazia, Olanda, Portogallo e Spagna» sono previsti miglioramenti nei livelli di disoccupazione. Il Regno Unito viene di nuovo dipinto come il Paese che desta più preoccupazione.

Secondo l’Ilo, la mancata “guarigione” del mercato del lavoro è dovuta al fatto che stiamo assistendo a un rafforzamento della così detta “disoccupazione strutturale”: «Una larga fetta di disoccupati fa sempre più fatica a trovare un posto di lavoro, il che si tramuta in una crescita della disoccupazione di lungo periodo». Se si guarda al secondo quadrimestre del 2016, tra i disoccupati, il numero di persone che hanno cercato un lavoro per 12 mesi o più, ha raggiunto il 47,8 per cento. Nello stesso quadrimestre del 2008 e del 2012, il valore si attestava al 38,7 e 44,5 per cento.

Oltre che a livello di Paese, ci sono anche differenze generazionali ovviamente: i giovani in cerca di lavoro tra i 15-24 anni se la cavano peggio rispetto ai loro “fratelli maggiori”, la fascia dai 25 in poi. Per i primi vige un tasso di disoccupazione pari al 19 per cento, mentre per i secondi del 7,9 per cento. Ovviamente – e i giovani italiani lo sanno bene – questi valori nascondo poi delle differenze molto ampie tra diversi Paesi dell’Europa del sud, nord e centrale. E se i tassi di disoccupazione diminuiscono in maniera molto debole, anche il tasso di occupazione rallenta: si passa dal 0,8 per cento medio tra il 2014 e il 2016 a un 0,3 per cento per il 2017.

Ma il lavoro non ha solo un lato quantitativo, bensì anche qualitativo. Il rapporto dell’Ilo dà indicazioni preziose anche rispetto alle tipologie di impiego che stanno prendendo piede nel mondo e in Europa.

L’analisi conferma che «gli impieghi part-time sono in crescita». Per quanto riguarda l’Ue-28 Paesi, la progressione dei part-time rispetto al totale degli impieghi, è lampante: si passa da un 18,2 per cento del 2008 a un 19,5 per cento nel 2011 e, infine, al 20,5 per cento nel 2015. Italia e Spagna vengono indicati come casi di scuola da questo punto di vista: «Tra il 2008 e il 2016, in questi due Paesi il numero relativo di impieghi part-time è aumentato del 4 per cento». Per quanto riguarda i contratti a tempo determinato, dopo un periodo di forte crescita, secondo l’Ilo il loro utilizzo si è ora stabilizzato. In ogni caso, «l’utilizzo di formule a tempo determinato, rimane sopra al 20 per cento in Olanda, Portogallo e Spagna» e risulta «in crescita in Francia e Croazia».

Inoltre, per quanto riguarda l’Ue-28 Paesi, il 27,5 e 62,1 per cento degli occupati, rispettivamente in posizioni part-time e a tempo determinato, rientrano nella categoria dell’”occupazione involontaria”: in altre parole, queste persone sono in realtà in cerca di un full-time, ma accettano altri contratti per mancanza di opportunità.

Certo, si potrebbe ipotizzare che il part-time sia una scelta volontaria di chi cerca lavoro. Ma l’analisi indica che i tassi di disoccupazione involontaria sono maggiori nei Paesi dove il numero di part-time rappresenta una quota più bassa del totale delle posizioni lavorative. L’Italia è uno di questi casi (in particolare, l’Italia ha un numero di part-time inferiore ad altri Paesi, ma sta sperimentando una forte crescita nel loro utilizzo, come descritto nel paragrafo precedente). Secondo l’Ilo ciò indica che «la qualità dei part-time e la capacità delle istituzioni del mercato di allineare preferenze dell’offerta e della domanda di lavoro giocano un ruolo chiave nel determinare le attitudini delle persone verso il part-time».

Inoltre, secondo l’Ilo, «il fatto che molte persone siano occupate involontariamente in posizioni part-time e a tempo determinato, indica che questi impieghi rappresentano soltanto raramente porte di accesso a lavori a tempo pieno e continuativi». Infine, l’Ilo ci ricorda che «in molti Paesi, a posizioni part-time e a tempo determinato sono associati livelli salariali, opportunità di crescita professionale e un accesso al welfare inferiori rispetto alle posizioni full time.

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