In una black commedy di Victor Gischler,  con un titolo che è tutto un programma,  Anche i poeti uccidono (Meridiano Zero) un professore della Eastern Oklahoma University pensando che  il Finnegans Wake  sia una emerita «boiata»  lancia il poderoso volume contro un collega in bicicletta facendolo rotolare a terra.

Neanche Umberto Eco, campione di romanzi capziosi e labirintici, arrivava a tanto, anche se definiva la colossale opera pubblicata da Joyce nel 1939 «un’opera terrificante».

Per fortuna non la pensano così  due appassionati studiosi di Joyce, Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, che hanno già pubblicato qualche anno fa una rivoluzionaria traduzione dell’Ulysses, che resistuisce l’humour e l’icastica vitalità della prosa dello scrittore irlandese.  Traduttore e docente di  Letteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia,  il primo;  traduttore, critico, giornalista, consulente editoriale il secondo. Non hanno avuto paura di lanciarsi in un’impresa che si concluderà fra due anni, nel 2019,  i cui frutti, però, si possono  già saggiare in uscite intermedie: per Mondadori esce la penultima tranche dell’opera. Oggi a Dublino il terzo volume della traduzione italiana dell’opera di James Joyce Finnegans Wake (La veglia per Finnegan) sarà presentata all’Istituto italiano di cultura, in un incontro  che interroga l’intraducibilità dell’opera con interventi di John McCourt edi Declan Kiberd. Oltre ai due traduttori e curatori dell’opera, Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, interviene Edoardo Camurri  di Radio 3 e Rai 3. Non mancheremo di leggere e approfondire. Intanto per ricordare  James Joyce in questo 13 gennaio, ( Joyce era nato il 2 febbraio 1882 a Dublino e morì a Zurigo, il 13 gennaio 1941)  ripercorriamo le tappe della genesi del Finnegans Wake attraverso documenti, fotografie e interviste.

Sylvia Beach e James Joyce

Il work in progress di Joyce .Di quei giorni del 1938 quando Joyce era al lavoro sulle bozze ci raccontano alcuni scatti  di Gisèle Freund, fotografa di origini ebraiche che era stata costretta a  scappare dalla Germania nazista.  Nelle sue foto compare lo  scrittore seduto in poltrona,  con una  giacca di velluto marrone, le  mani sottili in primo piano, mentre appunta con cura note e correzione e rilegge con la lente d’ingrandimento. Ad accompagnare il lavoro di Joyce furono appassionate conversazioni nella celebre libreria Shakespeare and Company di Parigi animate da Sylvia Beach e Adrienne Monnier . Lo racconta Gisèle Freund in Trois jours avec Joyce, pubblicato da Denoël.

Joyce “barocco”. L’anglista Giorgio Melchiori, che aveva raccontato le prime opere dello scrittore irlandese  ne I funamboli dedicando molti  lavori al manierismo nella letteratura del Novecento inglese, pensava che Finnegans Wake  fosse  un’opera  barocca,  costruita per frammenti  che si fondono in una rapsodia a spirale, sottolinenando le fulminee associazioni, genealogie e scarti che ne punteggiano la prosa.  Dell’Ulysses e di altre opere di Joyce lo avevano colpito soprattutto l’apparente naufragare nell’infinito,  la  circolarità che evocava cantiche di Dante,  ma anche la “forma serpentinata”, che richiamava l’imperfetta circolarità di John Donne e  le visioni di Blake . In Finnegans Wake, invece, Melchiori vedeva piuttosto i corsi e ricorsi di Giambattista Vico e gli infiniti mondi di Giordano Bruno . In questa opera monumentale «ogni arrivo è una nuova partenza» e «il succedersi dei cicli sembra procedere all’infinito».

Intervistato dal traduttore ceco Adolf Hoffmeister (Il gioco della sera. Conversazione con James Joyce, Nottetempo) così  Joyce raccontava il lavoro di una vita.:« Non credo che ci siano differenze. A cominciare da Gente di Dublino tutto il mio lavoro segue una linea retta di sviluppo. Una linea quasi indivisibile. Solo il livello di espressività e la complessità tecnica sono cambiati, magari anche in modo leggermente drammatico. Certo avevo vent’anni quando scrissi Gente di Dublino e fra Ulysses e Work in Progress (sarebbe il Finnegan’s Wake, ndr)passano sei anni di penosissimo lavoro. Ho finito Ulysses nel 1921 e il primo frammento di Work in Progress è stato pubblicato su Transition sei anni dopo. La differenza sta solo nello sviluppo. Tutto il mio lavoro è sempre in progress».

«Work in Progress. È pronto», annunciava alcuni mesi dopo. Salvo aggiungere: «Ma io non finisco mai niente, ho sempre voglia di riscrivere. Da Gente di Dublino in poi ogni cosa e stata un work in progress, qualcosa a cui non si può dare un nome. Ulysses è l’opera più incompiuta. I frammenti di Work in Progress, che sono stati pubblicati in luoghi diversi, sono cambiati e stanno ancora cambiando. La mia opera costituisce un tutto e non si può dividere secondo i titoli dei singoli volumi. Ulysses naturalmente è un giorno in una vita, ma potrebbe anche essere la vita di un secondo. Naturalmente, il tempo si misura in inizio e fine».

Matisse, disegno per l’Ulysses di Joyce

 In Finnegans wake ogni parola è un’ immagine, come già accadeva nell’Ulysses, diciassette anni prima. A comprenderlo più di tutti  fu Henri Matisse  che  si offrì di illustrare la prima edizione americana dell’Ulysses, una volta liberata dal peso della censura. Fatto curioso: il pittore francese non aveva letto il libro ma si era lasciato guidare dal nome del suo protagonista, e disegnò una serie di straordinari schizzi, omaggio a Omero, alla mitologia greca e ai viaggi nel Mediterraneo.

E  a un lettore che ebbe il coraggio di dirgli che il Finnengans Wake era  un’opera grandiosa, ma  che non ci si capiva niente. Joyce rispose : «Non sono d’accordo che la letteratura difficile sia necessariamente inaccessibile. Qualsiasi lettore intelligente può leggere e capire, se torna al testo più e più volte. S’imbarca in un’avventura con le parole. In realtà, Work in Progress è più appagante di altri libri perché offro al lettore l’opportunità di completare quello che legge con la sua immaginazione. Alcuni si interesseranno al l’origine delle parole, ai giochi tecnici, agli esperimenti filologici in ogni verso. Ogni parola possiede la magia di una cosa vivente. Ogni cosa vivente può assumere una forma».

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