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Il Festival di Berlino 2017, in programma dal 9 al 19 febbraio, si presenta all’appuntamento con la 67esima edizione con una serie di film attesissimi, a cominciare dalla pellicola che segna il ritorno di un autore cult come il finlandese Aki Kaurismaki ovvero The other side of hope che racconta di un ristoratore con la passione per il gioco d’azzardo e il suo incontro con un rifugiato siriano appena arrivato in Finlandia in cerca d’asilo. È il  secondo capitolo della sua trilogia sulle città portuali: il racconto stavolta è quello di un rifugiato siriano (Simon Hussein Al-Bazoon) in cerca di asilo a Helsinki. Il film sarà presentato in concorso e c’è grande attesa, sperando che possa essere un capolavoro come il precedente film Miracolo a Le Havre. Ecco un assaggio del nuovo film:

Romanzo bruciante, di forte denuncia, The Dinner di Oren Moverman (il regista di The Messenger, Rampart) tratto dal romanzo La cena di Hermann Koch uscito in Italia per i tipi di Neri Pozza. Romanzo importante per il modo in cui, coraggiosamente, fotografa il vuoto assoluto di affetti in famiglie alto borghesi.

Famiglie agiate, in cui la vita scorre in modo “normale”, fra impegni professionali e cene di lusso. Durante le quali si parla di tutto, progetti, vacanze, ma non del dramma che si è consumato mente loro erano “disattenti”. I loro figli quindicenni Michael e Rick, hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. Le videocamere di sicurezza hanno ripreso gli eventi e le immagini sono state trasmesse in televisione. I due ragazzi non sono stati ancora identificati ma il loro arresto sembra imminente, perché qualcuno ha scaricato su Internet dei nuovi filmati, estremamente compromettenti. Un gesto efferato compiuto senza motivo, per fatuità, che apre uno squarcio di verità agghiacciante. Con un cast stellare, a cominciare da Richard Gere (che proprio ai barboni di Roma l’anno scorso aveva dedicato un suo film da regista).

E ancora The Party con Cillian Murphy, Emily Mortimer, Timothy Spall, Kristin Scott Thomas, Patricia Clarkson, Bruno Ganz. La regia è di Sally Potter (Orlando e Lezioni di Tango). The Party è una commedia ma si ride a denti stretti… partono le coltellate.  Alla berlinale 67 anche  Logan, ultimo capitolo dedicato al suo eroe con gli artigli Wolverine. Charlie Hunnam interpreta il colonnello Percival Fawcett, versione britannica di Indiana Jones, figura realmente esistita. Con lui Sienna Miller e Robert Pattinson. Per Trainspotting 2 arriva solo Danny Boyle (se ne parla su Left in edicola da sabato).

E poi si vedranno anche il dramma familiare Mahana del neozelandese Lee Tamahori (Once we were warriors) e poi  Saint Amour di Benoît Delépine e Gustave Kervern con Benoît Poelvoorde e un Gérard Depardieu nei panni di un bovaro e il  fantasy Midnight Special di Jeff Nichols con Kirsten Dunst e Adam Driver.

Tra gli eventi speciali, inoltre, da segnalare la storia di un esploratore inglese in Amazzonia raccontata in  The Lost City of Z di James Gray,  storia vera

ente accaduti questo film che racconta la storia del soldato e agente segreto britannico Percy Fawcett, che agli inizi del Novecento lasciò l’Inghilterra per partire verso l’Amazzonia, dove divenne ossessionato dall’idea di scoprire una civiltà avanzata che secondo lui si nascondeva nel profondo della foresta pluviale, la Città di Z del titolo. Una ricerca dalla quale non tornò mai più.

L’edizione 2017 della Berlinale fa anche il pieno di musica. Fin dall’apertura all’insegna della musica manouche con il film Django, un biopic sul leggendario chitarrista Django Reinhardt. Il film racconta la vita del geniale musicista jazz e zingaro manouche. Fu lui a inventare il Gipsy Swing, facendo tesoro della tradizione manouche capace di entrare in simbiosi con culture differenti e sussumerle e reinventarle in nuovi brani: «Il film è un appassionante ritratto di uno dei capitoli della sua vita movimentata e racconta un’importante storia di sopravvivenza. Il pericolo costante, la fuga e le atrocità commesse dalla sua famiglia non hanno mai avuto il potere di farlo smettere di suonare», ha detto il direttore del Festival di Berlino, Dieter Kosslick, in conferenza stampa. Il film è interpretato dall’attore francese Reta Kateb e diretto da Etienne Comar. Ancora ottima musica, questa volta con energia rock, con On the Road del britannico Michael Winterbottom, film che riprende la rock band indie Wolf Alice durante una tournée  nel Regno Unito e in Irlanda. Protagonisti Ellie Rowsell, voce e chitarra, Joff Oddie alla chitarra, Joel Amey alle percussioni e Theo Ellis al basso. Ancora musica con E: The story of our song: storia della canzone Maori che nel 1984 arrivò in vetta alle classifiche.


 

 

Davvero straordinaria quest’anno la sezione dei documentari con il docufilm in bianco e nero su Joseph Beuys il controverso artista sciamano anni Settanta che dopo aver fatto parte dell’esercito nazista decise di dedicarsi all’arte e al pacifismo. Raccontato da Andres Veiel in elegante bianco e nero e molti spezzoni d’epoca, quando Beuys aveva un seguito da rockstar.

Last but not least il premio a Milena Canonero, costumista e quattro volte premio Oscar, che riceverà l’Orso d’oro alla carriera dopo la proiezione di un cult del cinema ad “alta tenzione” (con un indimenticabile Nicolson nel ruolo scrittore in crisi che impazzisce e continua a scrivere una sola frase «Il mattino ha l’oro in bocca”, prima di prendere un’ascia invece che una penna) ,  Shining di Stanley Kubrick e di una retrospettiva con dieci titoli tra cui “Barry Lyndon” e “Il Padrino Parte III”. E ancora, da segnalare, la presenza nella sezione “Panorama” del nuovo lavoro di Luca Guadagnino “Chiamami col Tuo Nome” con un cast internazionale in cui spiccano Armie Hammer e Timothée Chalamet. Il film è stato sceneggiato dallo stesso Guadagnino con James Ivory e Walter Fasano. Il tema in effetti evoca celebri film di Ivory, come Camera con vista. Qui  si racconta l’incontro in una calda estate italiana tra il diciassettenne cosmopolita Elio e il giovane accademico americano Oliver, narrata nel romanzo omonimo di André Aciman.

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