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Il presidente argentino Mauricio Macri ha firmato un decreto esecutivo e ha modificato la legge sull’immigrazione, aumentando le restrizioni d’ingresso e permanenza degli stranieri in Argentina, indurisce i controlli sugli stranieri che hanno precedenti penali, soprattutto se legati alla criminalità organizzata e al traffico di stupefacenti. E accelera il procedimento di espulsione, si legge sul Bollettino ufficiale di lunedì 30 gennaio. Solo nel 2016 sono stati naturalizzati 215mila stranieri in Argentina, Paese aperto che prende le distanze da Trump con i suoi portavoce, Paese dell’immigrazione per antonomasia. Lo stesso presidente Macri, non a caso, è figlio di un italiano, un calabrese che a 18 anni è venuto a cercare fortuna a Buenos Aires. Ma il vento sembra stia cambiando. Un deputato argentino, Alfredo Ormedo, ha proposto persino di costruire un muro alla frontiera con la Bolivia. E altre due categorie sensibili sono finite nel mirino degli ultraconservatori: quei “piccoli delinquenti” di minori e quei “terroristi” dei mapuche.

Dnu. Il Decreto di necessità e urgenza.
Elaborate congiuntamente dai ministeri della Giustizia, della Sicurezza e degli Esteri, dal dipartimento Diritti umani e dalla Direzione nazionale delle migrazioni, le modifiche all’attuale legge migratoria includono «cause di impedimento di ingresso e permanenza degli stranieri in territorio nazionale». L’ingresso è adesso vietato ai cittadini stranieri che abbiano precedenti penali, anche se le condanne non sono definitive per «traffico di armi, di persone, di stupefacenti o per riciclaggio di denaro, di investimenti in attività illecite e reati per i quali la legislazione argentina prevede restrizioni di libertà da tre anni in su». Per quello che concerne i delitti legati al terrorismo sarà sufficiente una semplice informazione dei servizi di sicurezza per fare scattare lo stop alla frontiera. Buenos Aires, spiegano le fonti governative, intende così rendere più evidente la separazione tra i reati comuni e quelli connessi all’espulsione dei migranti.

Il decreto presidenziale include anche altre cause ostative all’ingresso nel Paese: l’aver omesso condanne penali nel Paese di origine ed essere stati parte di reti criminali organizzate dedite al traffico di stupefacenti o di esseri umani. Di più, stabilisce che si potrà impedire l’ingresso o si potrà richiedere l’espulsione anche solo con un «rapporto che dica che la persona è coinvolta in una rete terroristica». Uno dei principali effetti della misura sarà l’accelerazione del procedimento di espulsione degli stranieri con precedenti penali, anche con “processi per direttissima”. Prima del decreto servivano 6-7 anni, adesso i migranti ai quali verrà notificato il procedimento avranno appena tre giorni per presentare ricorso – prima erano 30 giorni – al quale la Giustizia dovrà rispondere entro altri tre giorni. Il reingresso nel Paese, infine, è proibito per cinque anni in caso di delitti colposi e per otto anni in caso di delitti dolosi. Lo scorso agosto, poi, il governo Macri ha annunciato la costruzione a Buenos Aires del primo centro di detenzione per immigrati e rifugiati che sono entrati o permangono irregolarmente nel Paese, tra la levata di scudi di giuristi e organizzazioni umanitarie che insistono: le irregolarità migratorie non sono motivo di detenzione.

Le ragioni della contestazione.
Per giustificare la riforma, nel testo del decreto si segnala che il numero degli immigrati nelle prigioni del Paese è aumentato: nel 2016 gli stranieri rappresentano il 21,35% della popolazione carceraria nel Paese, e che il 33% dei detenuti per delitti legati al narcotraffico non sono argentini. Cifre che, sostengono dalla Casa Rosada, configurano «una situazione critics chr richiede l’adozione di misure urgenti». L’Argentina è uno dei Paesi del continente con la maggiore tradizione migratoria. Secondo l’ultimo censimento nazionale, conta il 4,5% della popolazione straniera. E tra i gruppi più rappresentativi ci sono il 30,5% dei paraguaiani, il 19,1% dei boliviani e l’8,7% dei peruviani.A esprimere «preoccupazione e sconcerto» per una riforma «assolutamente infondata» sono più di 130 organizzazioni di migranti, dei diritti umani, di Chiesa, accademiche e i movimenti sociali che chiedono un incontro urgente con il capo di gabinetto argentino, Marcos Peña. In una lettera aperta alla cancelliera argentina Susana Malcorra, e al segretario dei Diritti umani, Claudio Avruj, si contestano i numeri diffusi dal governo: secondo le organizzazioni meno del 6% della popolazione carceraria è composta da stranieri, e non il 21,35 come sostiene il governo. Il testo, poi, avverte sul pericolo che legare la questione migratoria a quella penale può «abilitare episodi di xenofobia e violenza contro i migranti». Anche la Caref, la Commissione argentina per i rifugiati e i migranti, ha sottolineato che «un’irregolarità amministrativa non è un delitto». E che «è stata invertita la dinamica delle politiche migratorie. Adesso una persona deve dimostrare che la sua situazione è regolare e fare in fretta».

Non solo migrante, nella stretta anche minori e minoranze.
La riforma della legge migratoria è una delle tre questioni al centro dell’opinione pubblica argentina in queste settimane: riforma della legge penale per i minorenni e violenta repressione di un gruppo “mapuche” nella Patagonia sono le altre due. Sui minori, si pensa alla riduzione dell’età di punibilità da 16 a 14 anni. Il dibattito segue al polverone mediatico esploso con la morte a Buenos Aires di Brian Aguinaco, un adolescente argentino di 14 anni, ucciso da un ragazzo peruviano di 15 durante una colluttazione provocata dallo scippo di un cellulare. La possibilità di detenere e condannare i minorenni coinvolti in reati gravi (a partire da 14 anni), si incrocia quindi con la decisione di respingere i migranti con precedenti penali. Intanto, al Sud del Paese, in Patagonia, si inasprisce la violenta repressione di alcuni membri della comunità “mapuche”, che avevano bloccato la ferrovia. L’intervento delle forze dell’ordine inviate dal governo Macri accendono nuove e vecchie questioni: “terroristi” o popoli originari che rivendicano i propri diritti?

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