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«Votare quest’anno o nel 2018 per me è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo». Così ha scritto l’ex premier e segretario del Partito democratico a Dimartedì, il programma di La7 condotto da Giovanni Floris. È con un sms dunque che Matteo Renzi interviene ufficialmente nel dibattito sulla necessità o meno del voto anticipato. Per giustificare – mostrandosi disinteressato alla scadenza – la sua voglia di urne. Parla di vitalizi, Renzi, anche perché altrimenti, si potrebbe dire, la voglia sarebbe difficile da comprendere rispetto a quando detto e fatto dal Pd negli ultimi 6 anni nel nome della responsabilità. In parlamento, infatti, c’è stessa maggioranza di prima e a palazzo Chigi un premier dello stesso partito. Volendo, insomma, di cose – ritenute dal Pd il bene del Paese – se ne potrebbero ancora fare. Invece è meglio votare, e farlo il prima possibile, innanzitutto per un certa impasse sulla legge elettorale e ora per evitare i vitalizi.

Peccato però che il vitalizio per i parlamentari non esista più. E Renzi non può non saperlo, dimostrandosi così ancora una volta disinibito nell’usare facile demagogia. È dal 2011, infatti, con applicazione dal primo gennaio 2012, che il parlamento ha introdotto per i membri di Camera e Senato un trattamento previdenziale basato su un calcolo contributivo. È una pensione, dunque, non un vitalizio. Una pensione (generosa, è vero, ma nulla di paragonabile con il passato) che scatta – solo se il parlamentare ha fatto almeno 5 anni di mandato, ed ecco a cosa si riferisce Renzi – quando l’eletto compie 65 anni. Che possono scendere fino a 60, questo sì, scendendo di un anno ogni anno di mandato ulteriore.

Le prime simulazioni calcolano che un deputato eletto nel 2013 quando aveva 27 anni (così ha ipotizzato il Fatto Quotidiano) e che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà a 65 anni una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese. Se eletto per un secondo mandato, invece, la pensione scatterà a 60 anni e sarà di 1.500 euro al mese. Il vitalizio, invece, per un parlamentare con dieci anni di mandato – per capirci – era di 4.900 euro e rotti, sempre dai 60 anni.

L’argomento peraltro non è nuovo, e anzi Renzi riprende paro paro un allarme lanciato dai 5 stelle, sempre pronti a cavalcare presunti interessi della casta, incuranti del fatto che è proprio il loro gruppo, quello del Movimento, ad avere il 100 per cento degli eletti che, con una scadenza anticipata, perderebbero i contributi versati e, tutti al primo mandato, non avrebbero altro tipo di assegno. La nuova legge, infatti, vale ovviamente per chi non avesse già maturato altri diritti. Nella stessa situazione (qui i dati) è – per dire – il 64 per cento degli eletti Pd, sia alla Camera che al Senato, l’80 per cento di quelli di Sinistra Italiana alla Camera e il 75 al Senato, o il 14 per cento dei deputati di Forza Italia e il 33 per cento dei senatori.

Per ammantare la sua voglia di ritorno (un ritorno personale, visti i numeri in parlamento e il profilo dell’attuale presidente del consiglio, di continuità), Renzi dovrebbe dunque trovare argomenti più convincenti.

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