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Come era già largamente annunciato dalle visite del ministro degli Interni Minniti in Libia, il governo italiano ha preceduto l’Unione europea e fatto da sé, siglando un protocollo con il governo libico internazionalmente riconosciuto (qui il testo), quello noto però per essere la parte di politica libica – se vogliamo chiamarla così – che sta perdendo terreno e territorio. L’Italia mette soldi e training, il governo Serraj si impegna a controllare i flussi e a non violare oltre misura i diritti umani delle persone che transitano per la Libia.

Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, ha elogiato la mossa dell’Italia. Oggi, a Malta, l’Unione europea avrà da discutere molto, delle relazioni con gli Stati Uniti di Trump e di migranti e Libia, ma senza dover elaborare una proposta. Da Malta dovrebbe uscire un memorandum simile a quello già firmato fra Italia e governo Serraj: formazione del personale, soldi, monitoraggio a aiuto con i centri di detenzione, aiuti al rimpatrio e lotta al traffico. Benone? Non tanto.

Da un punto di vista tecnico, l’accordo con la Libia è il tentativo di costruire un muro, facendo fermare i migranti da qualcun altro. E senza mettere piede sul suolo libico – per non dare al generale Haftar, o ad altri, argomenti per dire che Serraj è una marionetta degli stranieri. In futuro l’ipotesi sarebbe quella di far gestire le domande d’asilo a Paesi meno caotici, magari la Tunisia. Da un lato il centro di detenzione, dall’altro la burocrazia.

L’accordo ricorda molto quelli siglati con Gheddafi, con alcune differenze: al dittatore libico si appaltava il lavoro sporco ma questi controllava davvero il territorio. I diritti umani, in quel caso, si menzionavano sapendo che si trattava solo di parole. Questa volta, in teoria, c’è un po’ più di margine: le organizzazioni internazionali dovrebbero e potrebbero monitorare e organizzare i rimpatri come in parte fa già l’Oim nel Sud del Paese. Perché questo avvenga in maniera seria e compiuta, però, serve in grande impegno e risorse europee. Non sarebbe abbastanza, sarebbe comunque un muro, ma sarebbe meglio di quanto capita adesso alle persone prese e detenute dai libici.

La questione è dunque legata alla volontà dell’Europa e dell’Italia di occuparsi dei migranti e non solo di impedire il loro arrivo. Ad oggi, ogni volta che si sono fatti tentativi di questo tipo, ad esempio con la Turchia, la parte frontiere chiuse è stata implementata, quella umanitaria molto meno.

Tutti, da Unhcr a Medici senza frontiere hanno criticato o condannato l’accordo. «L’Unione Europea e i suoi stati membri devono prendere atto della realtà. La Libia non è un paese sicuro, per questo non possiamo considerare questa proposta come un approccio umano alla migrazione» ha affermato Arjan Hehenkamp, uno dei direttori generali di Msf, tornato ieri da una missione in Libia, dove ha visitato molte persone detenute a Tripoli. E questa la dichiarazione congiunta Oim e Unhcr, più velata nella critica, essendo queste due agenzie istituzioni  internazionali: «Chiediamo che in Libia venga immediatamente abbandonata una gestione dei flussi migratori basata sulla detenzione automatica di rifugiati e migranti in condizioni disumane, e si costruiscano, invece, adeguati servizi di accoglienza. I centri di prima accoglienza devono offrire condizioni sicure e dignitose, anche per i minori e le vittime di tratta, e rispettare le garanzie di protezione fondamentali. Siamo fermamente convinti che, data la situazione attuale, non si possa considerare la Libia un Paese terzo sicuro né si possano avviare procedure extraterritoriali per l’esame delle domande di asilo in Nord Africa».

Ecco, il tema dunque è quello e solo quello: c’è un problema di scelte politiche, cosa fare e come affrontare l’ondata migratoria in maniera seria e umana. E poi c’è un problema di realismo: pur prendendo per buone le intenzioni dell’Europa e dell’Italia – e non lo sono fino in fondo – pur credendo che il lavoro così come delineato potrebbe funzionare se stessimo parlando di un Paese più o meno stabile, oggi la Libia è in mano a gruppi diversi, nessuno prevale, la frontiera Sud è un colabrodo e le strutture con le quali occorrerebbe coordinarsi sono corrotte. Non certo i partner migliori per occuparsi di persone che hanno diritti e bisogno di aiuto.

Il rebus libico

Qual è la situazione in Libia. Ne abbiamo scritto su Left n.3 del 2017, parlando con diversi esperti. Ripubblichiamo l’articolo. Da gennaio non è cambiato praticamente nulla.

Se vi capitasse di cercare Libia su YouTube, tra i video recenti vi capiterebbe un improbabile generale Haftar a Mosca, vestito in maniera che ricorda Totò e Peppino a Milano e la visita dello stesso uomo forte libico su una nave da guerra russa. L’altro genere di video che troverete sono reportage dai centri di raccolta di migranti che attraversano il Paese, documentano le condizioni in cui vengono trattenuti e le operazioni di rimpatrio di centinaia di africani. Due vicende molto diverse, quella dei flussi di migranti verso l’Europa e del futuro del Paese del Maghreb, che si intrecciano tra loro e riguardano da vicino anche l’Italia.

Per gestire e controllare i flussi di migranti, infatti, servono istituzioni e, oggi, in Libia, di istituzioni vere non ne esistono. Al momento ci sono due Libie e mezzo, dove il mezzo è il governo di salvezza nazionale a Tripoli, poi l’Accordo nazionale che ha un controllo almeno nominale su Ovest e Sud e poi c’è il governo di Abdullah al Thani a Tobruk, dove chi comanda è, appunto, l’uomo forte del momento, il generale Haftar. In questo contesto le potenze regionali e internazionali giocano la loro partita. E qui torniamo al buffo colbacco del generale in visita a Mosca, che si sposa bene con i buffi capelli di un’altra figura del momento, il presidente Donald Trump.

«Dopo l’8 novembre è cambiato molto: l’inviato speciale statunitense era attivo e ha contribuito a costruire le risoluzioni Onu che hanno evitato situazioni simili a quelle irachena o siriana – ci dice Mattia Toaldo, Senior Policy Fellow allo European Council on Foreign Relations di Londra – Con Trump tutto cambia, se non altro perché è plausibile che privilegi la lotta all’Isis e non gli interessi la stabilità. Scegliessero questa direzione, gli americani potrebbero convergere con la Russia, l’Egitto, gli emirati» – e la Francia, aggiungiamo, che gioca due partita parallele, una in sede Onu, l’altra per difendere i propri interessi in Cirenaica. L’Egitto è entusiasta dell’elezione del repubblicano: una delegazione è a Washington con un rapporto sui “crimini” della Fratellanza musulmana, proprio per convincere TheDonald che al Sisi (e Haftar) sono i partner giusti per debellare la mala pianta del terrorismo islamico. Che poi si tratti di gruppi dalla lunga storia e radicamento come i “Fratelli” o dei tagliagole dell’Isis, poco importa: Trump in campagna elettorale si è lasciato andare a commenti di ogni tipo sui musulmani.

Haftar di ritorno da Mosca ha annunciato che la Russia gli ha promesso di rimuovere l’embargo di armi imposto dall’Onu. Armi che, spiega il generale, servono per fare la guerra ai terroristi. Il generale ha ottenuto successi contro l’Isis, anche grazie agli aerei occidentali, e usa la minaccia terroristica come schermo: per combattere il nemico di tutti non servono elezioni o democrazia ma l’esercito. E l’esercito forte, in Libia, lo comando io.

Il suo Esercito Nazionale Libico ha fatto passi in avanti a Ovest e a Sud ed è lui, grazie alla dinamica internazionale, l’uomo del momento. Eppure, i territori sotto il suo controllo non sono pacificati né governati e in diverse città c’è ancora una forte presenza dell’Isis o di altre milizie islamiche a lui ostili. Le uniche istituzioni libiche rimaste in piedi sono la Banca centrale che paga gli stipendi di tutti, compresi quelli degli assistenti di campo di Haftar, la società del petrolio che firma i contratti e la Libia investment authority, il fondo sovrano che ha anche quote in Eni e Unicredit.

In questo contesto ingarbugliato, l’apertura dell’ambasciata italiana è un segnale forte di sostegno al processo messo in campo dall’Onu in una fase in cui gli equilibri dell’ultimo anno sembrano saltare. Che fine farà la cooperazione con Washington, che sosteneva l’attivismo italiano? In un articolo su Foreign Affairs un consulente di impresa e analista sulla Libia e l’ex attaché commerciale all’ambasciata Usa suggeriscono a Trump di affrontare subito la questione libica nominando un inviato e lavorando assieme a russi ed egiziani alla pace.

«Il governo riconosciuto internazionalmente, quello di Serraj, è vittima del proprio insuccesso –  spiega Claudia Gazzini, senior analyst dell’International Crisis Group – Russia ed Egitto non vedono più il sostegno a quel governo come strategico». Serraj è notoriamente una figura debole, figlia del compromesso negoziato nella città marocchina di Shkirat dall’Onu nel 2015 e presto saltato. Una serie di dimissioni, incriminazioni e confronti ne hanno indebolito ulteriormente l’influenza. E l’occupazione di tre ministeri vuoti a Tripoli da parte degli uomini di Khalifa Ghwell, ex premier che contende a Serraj il controllo della capitale, non è stato tanto un segnale della forza di Ghwell, quanto della debolezza di Serraj. Mentre a Tripoli si sparava, quest’ultimo era in Egitto a cercare di non essere scaricato del tutto.

Il generale Haftar punta a rafforzare le proprie posizioni prima che emergano eventuali divergenze tra Mosca e Washington. «Vuole il sostegno russo, figlio di un disegno geopolitico che segue l’intervento in Siria e che punta a riaffermare la propria presenza nel Mediterraneo, magari con la presenza di una base navale» spiega ancora a Left Gazzini. Dal suo punto di vista Haftar sembra essere destinato a guadagnare ancora peso e terreno, mentre Serraj appare più delegittimato che mai: «Il generale non ha nessun interesse ad avviare un negoziato adesso», ci dice. La cacciata dell’Isis da Sirte, che fungeva da zona cuscinetto tra le milizie di Misurata e le forze di Haftar complica le cose, «nelle ultime settimane si sono intensificati gli scontri e se la situazione degenerasse, assisteremmo a una vera guerra: entrambi i fronti hanno armi pesanti», mette in guardia Toaldo. Se la Russia decidesse di violare l’embargo nel nome della lotta al terrorismo (scenario giù visto in Siria) la guerra civile non farebbe che moltiplicare i flussi di immigrati verso l’Italia – profughi di guerra con diritto d’asilo compresi.

In questo contesto la Farnesina osserva e attende i mutamenti della politica di Washington con fatalismo; dopo aver fatto una forzatura con l’ambasciata e rischia di dover scegliere se fare una conversione di 180 gradi e allinearsi a Mosca (e Washington) o se provare gli alleati a percorrere altre strade.

Ma torniamo un momento ai migranti e all’efficacia di accordi presi da un governo debole che non controlla quasi nulla, nemmeno nella città da dove partono la maggior parte dei barconi. «Al governo ci sono ben tre figure importanti che hanno affrontato l’agenda libica dopo la caduta di Gheddafi: Alfano, Minniti e lo stesso premier Gentiloni. Ma per affrontare il tema migrazioni serve molto più di un protocollo di intesa con il debole governo Serraj. I confini a Sud non sono controllati e la guardia costiera è per forza di cose in parte collusa con i trafficanti: senza un’economia e uno Stato è normale e inevitabile che sia così», sostiene Claudia Gazzini. Al contempo, «È piuttosto naturale che l’Italia abbia interesse a sostenere quella guardia costiera, che ha “salvato” 20mila persone impedendo loro di passare il mare ed arrivare in Europa (la stessa cosa capitava con i famigerati accordi con Gheddafi, che erano molto simili a quelli siglati da Minniti) », aggiunge Toaldo.

A prescindere da quel che si pensa di questi accordi e della loro tenuta occorre ricordare, come spiega a Left Judith Sunderland, responsabile responsabile per l’Europa e l’Asia centrale di Human Rights Watch, che «gli sforzi per migliorare la capacità di ricerca e soccorso in mare, e, potenzialmente, di salvare vite umane nel deserto del Sahara, sono di vitale importanza. Ma gli accordi che si fondano principalmente sul controllo dei confini libici, e chiudono un occhio di fronte agli immensi abusi che i migranti affrontano in Libia per mano di attori statali, milizie e contrabbandieri, non farà che causare altra sofferenza. Come minimo, ogni accordo, addestramento o fornitura di attrezzature dovrebbe essere oggetto di monitoraggio trasparente e indipendente, accompagnato da uno sforzo per migliorare le condizioni terribili nei centri di detenzione».

E qui torniamo all’Italia e alla sua politica estera. Toaldo è piuttosto netto sul fatto che scegliere Haftar sarebbe un segno di debolezza e un errore. «Per l’Italia sarebbe utile investire davvero nella normalizzazione e nella governance della parte che sfugge al controllo del generale. Lavorare affinché i vari gruppi nell’Ovest del Paese cooperino tra loro». Favorire la costruzione, insomma, di altri soggetti capaci di sedersi a un tavolo con Haftar, ma non dalla posizione di estrema frammentazione e debolezza nella quale si trovano oggi. L’unica cosa che sembra certa è che la Libia rischia di tornare presto al centro della scena. Potrebbe essere un terreno di scontro tra Roma e la nuova amministrazione di Washington. Proprio in Libia è già successo alla fine degli anni 50, quando l’Eni di Enrico Mattei ottenne i primi contratti. Stavolta però non si tratta tanto di petrolio quanto di influenza regionale.

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