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Non amo la Raggi: la ritengo impreparata, con un pessimo fiuto nella scelta dei collaboratori e affetta da un pessimo (per i romani) timore reverenziale nei confronti del capo. Credo anche che un sindaco che esulta via chat per le dimissioni di un assessore della sua Giunta sia la fotografia di quella vecchissima politica che si riduce a gestione di piccoli poteri, cortili e beghe che non interessano ai cittadini e che soprattutto non fanno gli interessi dei cittadini.

Detto questo su Roma (con la Raggi ma pensandoci bene anche con Marino) si gioca una missione di demolizione morbosa che credo meriti una valutazione al di là degli attori (e dei partiti) attualmente in gioco: in questo Paese i bisogni reali (le real issues che ripete Sanders) spariscono perché a dettare l’agenda dell’avanspettacolo politico (di avanspettacolo del resto si tratta: tutti a dirci come potrebbe essere bello se ci fossero loro, in condizioni ideali che sono irrealizzabili) c’è un’oligarchia pavida e morbosa. Un’oligarchia che non è solo classe politica ma che abbraccia anche tutti gli attori dell’opinione pubblica: la disperazione di non essere ascoltati e letti ci ha reso tutti arrendevoli, proni alle notizia che gli altri vorrebbero leggere e fabbricatori di randelli (in carta o bit) per l’ordinaria ferocia.

Su L’Espresso di questa settimana, per fare un esempio, c’è un’inchiesta sul gioco d’azzardo (e sui mancati guadagni da parte dello Stato) che farebbe venire voglia di presidiare giorno e notte l’uscita del Parlamento per chiederne conto ai parlamentari, ad uno ad uno. Su Left in edicola Cecchino Antonini racconta il ritorno dell’eroina in un Paese che sta ripiombando nel pelo degli anni ottanta. Sulla rivista Lancet la scorsa settimana è stato riportato uno studio scientifico che racconta come le diseguaglianze sociali tolga salute e anni di vita più del fumo e del tabacco. Se vi venisse voglia di di approfondire la questione bancaria internazionale e dei grandi gruppi finanziari (basta un’intervista qualsiasi di Chomsky sulla distribuzione della ricchezza, senza troppo complottismi) per perdere fiducia nel genere umano. Oppure, senza andare troppo lontano, basterebbe salire su un treno di pendolari di prima mattina per ascoltare la povertà, la precarietà, la stanchezza e la disillusione senza bisogno di troppi sofismi.

Insomma c’è un carnet di emergenze per cui non basterebbero le pagine di un mensile su cui esercitare la curiosità critica e etica. Non è benaltrismo, sia chiaro: la guida della capitale italiana è un tema su cui vale la pena spendersi di sicuro, ma verrebbe da chiedersi se non sia possibile liberarsi una volta per tutte dalla morbosità delle due fazioni. Smetterla, intendo, con chi ritiene che la Raggi sia un novello Roosvelt attaccato dai poteri forti e dall’altra parte smetterla con chi vorrebbe trasformarla in un paradigma di fallimento a forma di randello sulla testa di Grillo. Sapere come pensa la Raggi di combattere la povertà, questo sì, mi interesserebbe, piuttosto. Perché poi Marino è stato assolto per la storia degli scontrini e si è scoperto che stava abbattendo il debito, ad esempio. Dopo, però.

Parlare dei temi nel merito. Ecco. Come andava di moda ripeterlo qualche mese fa. Ricordate?

Buon lunedì.

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