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L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump che impedisce l’ingresso ai cittadini di sette Paesi e che discrimina i musulmani rispetto ai cristiani rimarrà sospeso almeno fino alla giornata di oggi e continua a essere il centro dello scontro politico tra l’amministrazione repubblicana e il mondo.

Entro oggi infatti i due Stati che ne discutono la legittimità e la Casa Bianca dovranno produrre i loro argomenti legali di fronte a una corte d’appello. Prima gli uni e poi gli altri, in risposta agli argomenti dei primi. A quel punto la Corte deciderà se fissare un’udienza o proseguire nella sospensione dell’ordine, come già deciso al momento in cui gli è arrivata la richiesta di valutare l’ordine del giudice di Seattle che sospendeva la validità dell’ordine esecutivo. A seconda di cosa deciderà la Corte d’appello, Trump (o una delle 17 entità, tra Stati e associazioni che hanno contestato la legalità dell’ordine) porteranno il caso davanti alla Corte Suprema.

L’amministrazione ha reagito con rabbia alla decisione del giudice di Seattle e a quella della Corte d’Appello: Trump, come sempre su twitter, ha definito il giudice ha parlato di “cosiddetto giudice” e sostenuto che questi mette il Paese in pericolo e che se dovesse capitare qualcosa la colpa sarà del potere giudiziario. Non esattamente una risposta che rende giustizia all’equilibrio dei poteri previsto dalla costituzione americana.

Uno dei primi fronti di scontro politico parallelo a quello dell’ordine esecutivo è la nomina del giudice Gorsuch alla Corte Suprema. Visto il braccio di ferro in corso tra giudici e presidenza, il tema dell’indipendenza del potere giudiziario sarà al centro del dibattito sulla sua conferma: ritiene il giudice nominato che il presidente stia abusando degli ordini esecutivi? È pronto Gorusch a valutare in maniera indipendente questa modalità di governare? A differenza di casi in cui le domande poste al giudice nominato sono teoriche, qui ci si trova di fronte a un caso concreto che riguarda il presidente che ha scelto Gorusch. E che si è lasciato andare a insulti contro il potere giudiziario e le sue scelte che non sono abituali – un comunicato della casa Bianca, poi modificato, parlava di sentenza “scandalosa”.

Non è finita qui. Oltre alle manifestazioni di protesta che continuano in tutto il Paese, c’è un documento legale depositato presso la Corte d’appello che valuterà il caso firmato da 97 colossi dell’high tech, da Google a Facebook, da Apple a Uber, passando per Yelp, twitter, Mozilla. Manca solo Amazon – per ragioni oscure, visto che nemmeno Jeff Bezos sembra essere tenero con Trump. Queste compagnie hanno migliaia di dipendenti stranieri, sono forti anche grazia alla possibilità di reclutare il meglio che c’è al mondo e difendono un’idea che è un po’ parte del loro modo politically correct di presentarsi al mondo: multinazionali che rispettano le differenza di genere, religione, colore della pelle e che non discriminano. Resta il fatto che una mossa così unitaria da parte della Silicon valley è un brutto segnale per Trump.

L’ordine esecutivo è arrivato anche al Super Bowl che si è giocato a Houston e che, per la cronaca, i New England Patriots hanno vinto dopo una rimonta di 24 punti mai capitata prima nella finale annuale del football americano. Molti degli spot pubblicitari mandati in onda nell’intervallo alludevano direttamente alla scelta di Trump di discriminare le persone. AirBnB e Budweiser in maniera più diretta (lo spot della birra mostra la storia dell’immigrato tedesco, come la famiglia Trump, che ha fondato il marchio, con allusioni al viaggio dei rifugiati e al razzismo, mentre il portale di affitto stanze e appartamenti spiega “noi affittiamo a tutti”).

Ce n’è abbastanza per sapere che la scelta di emanare un ordine esecutivo così controverso e scritto male potrebbe rivelarsi un colossale errore. Aver distinto tra cristiani e musulmani, aver scelto alcuni Paesi e non altri e aver incluso (in un primo momento) anche i possessori di carta verde, sono tutte forzature dettate dall’ideologia. E potrebbero rivelarsi un boomerang. A meno che, come sostiene qualcuno, la decisione di alzare un polverone sul tema immigrazione dai Paesi islamici, non sia il frutto di una strategia di Steve Bannon, la mente di Trump, che potrebbe aver deciso di creare una controversia su una questione per far passare in secondo piano molte altre scelte fatte in queste ore. Mentre l’America si accapiglia attorno ai diritti di chi vive e lavora negli Usa, l’amministrazione Trump comincia infatti compie una serie di strappi in politica estera e comincia a demolire le regole imposte alle banche dopo la crisi finanziaria del 2008 – la legge Dodd-Frank. Un tema altrettanto cruciale e una scelta in totale contraddizione con la retorica anti poteri forti usata durante la campagna, che vedeva Hillary Clinton come la marionetta delle banche.

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