Due settimane, eh, mica è passato tanto tempo da quando Massimo D’Alema al centro congressi Frentani di Roma – all’assemblea fondativa di ConSenso, il movimento dei suoi comitati per il No al referendum costituzionale – con quel «se si corre al voto senza congresso, liberi tutti» aveva innescato una serie di speranze che, tanto per cominciare, hanno fatto da miccia alle esplosive rivalità interne a Sinistra italiana. Alle parole di D’Alema era seguita un’intervista di Bersani e la scissione, il ritorno a due partiti, tipo Margherita e Ds, a molti era sembrato vicinissimo e, anche comprensibilmente, uno scenario interessante. Due settimane, invece, però son bastate per cambiare tutto, con la scissione che si allontana e una conta nel Pd che invece si avvicina. D’Alema su Repubblica ha infatti aggiustato il tiro – smontando la speranza di molti – e ricondotto la partita a una contesa interna al Pd. «L’obiettivo resta la discontinuità con la stagione renziana», ha detto a Stefano Cappellini. Ma è «un rinnovato Pd» che può riunire attorno a sé movimenti civici, personalità e creare una grande lista aperta che possa aspirare ad avere molti voti. Forse non prenderà il 40 per cento, ma ci andrebbe più vicino del Pd com’è messo ora». Il Pd, non una coalizione (tant’è che D’Alema chiude al premio di coalizione: «Non ho una particolare predilezione per i premi di coalizione», ha detto, «e non capisco bene quale sarebbe la coalizione del Pd. Pisapia ha già detto che non ci sta, quindi sarebbe da Alfano a Franceschini e Delrio. Mi ricorda qualcosa, si chiamava Democrazia Cristiana»).

Ma non ci sono solo le parole di D’Alema a rovinare lo scenario – evocato anche da Bersani – di un ritorno a un fantomatico spirito ulivista. È lo stesso Renzi che, con l’ennesimo cambio di strategia, vuole blindare tutto il Pd, tenendo tutti lì, offrendo un congresso (che ora casualmente chiedono anche i suoi) che molto poco senso aveva cercare di evitare, perché tanto (così gli dicono i sondaggi e così era facile prevedere) lo vince lui. Renzi dunque offrirà la conta interna al Pd, come vi spieghiamo sul numero di Left in edicola da sabato, e così terrà lì quelle energie che a lui sono (e gli spiace) comunque fondamentali per puntare al 40 per cento o comunque arrivare primo e poter, se non finire lui stesso a palazzo Chigi, decidere chi mandarci. Terrà lì energie che però sarebbero pure molto utili altrove. Non solo Bersani e D’Alema, si intende, ma migliaia di militanti, simpatizzanti, elettori.

Abbiamo dunque fatto bene a titolare “Liberi tutti”, spiegandovi ancora una volta (e lo fa Donatella Coccoli con gli storici Guido Crainz e Giovanni De Luna e il politologo Piero Ignazi) che fatto il Pd non si sono mai fatti i piddini e che (e questo ve lo spiega Tiziana Barillà, con un viaggio nel disastrato socialismo europeo) l’unione tra Ds e Margherita ha prodotto un partitone moderato arrivato alla Terza via quando la Terza via era già fallita e che noi, la grande coalizione in crisi un po’ ovunque ce l’abbiamo ancora al governo, con quelle che chiamiamo larghe intese, e negli scenari sul prossimo governo (dice Orfini, convintissimo della vocazione maggioritaria, che le grandi coalizioni ha prodotto: «Il Pd non ha i voti? Vediamo», ha detto, «uno si gioca la partita, poi in parlamento verifica se è possibile allearsi e su quale progetto»). E ce l’abbiamo perché è già nell’anomalo matrimonio tra i “popolari” e i “socialdemocratici” all’interno dello stesso partito, il Pd.

«Tutti cercano il nuovo Prodi. Io non smetto di cercare il vecchio Renzi», scrive Matteo Richetti. E noi allora abbiamo fatto bene a dirvi di guardare altrove, se siete della sinistra smarrita. Perché anche Podemos, per dire, ha i suoi problemi e le sue liti interne (vi raccontiamo anche questo), ma lì non si litiga per chi farà le liste elettorali ma si confrontano due modelli diversi di sinistra. Di sinistra, però.

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