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Nessuna risposta dall’ambasciatore iraniano. Il senatore Luigi Manconi ieri aveva scritto una lettera al diplomatico per avere notizie sulla sorte del medico ricercatore Ahmadreza Djalali, incarcerato a Teheran con una condanna a morte che dovrebbe essere eseguita a breve. Lunedì scorso Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato insieme alla senatrice Elena Ferrara e la deputata Marietta Tiddei del Comitato diritti umani della Camera aveva incontrato l’ambasciatore iraniano in Italia. Ahmadreza Djalali è un  medico ricercatore di 45 anni specializzato in medicina dei disastri che per tre anni ha lavorato al Centro di ricerca della medicina dei disastri (Crimedim) di Novara. Al momento del suo arresto, ad aprile 2016, collaborava ancora con l’Università Orientale del Piemonte, anche se viveva da un anno in Svezia con la moglie e i due figli.

La sua storia la resa nota un ricercatore del Crimedim, che ha lanciato la petizione sulla piattaforma Change.org indirizzata al presidente della Repubblica iraniana Hassan Rouani e anche al premier italiano Paolo Gentiloni, oltre al ministro degli Esteri Ue Federica Mogherini. In pochi giorni sono state raccolte circa 200mila firme.

Ma che cosa è accaduto a Ahmadreza Djalali (Ahmad)? Invitato ad un convegno in Iran, dove del resto ogni tanto si recava per visitare i parenti rimasti in patria, Ahmad è stato arrestato con l’accusa di spionaggio e incarcerato nella prigione di Evim a Teheran. Dal 25 dicembre sta effettuando lo sciopero della fame e le sue condizioni fisiche sono gravi. Come riporta il testo della petizione, «è stato obbligato a firmare una confessione dal contenuto ignoto» e adesso sulla sua testa pende una condanna a morte.

La comunità scientifica internazionale denuncia la gravità di questo atto da parte del governo iraniano e «non accetta le accuse rivolte contro Ahmadreza, e ritiene che l’unica sua “colpa” possa essere quella di aver collaborato con ricercatori di Stati considerati nemici nel corso della sua attività scientifica, volta al miglioramento della capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri». Nella petizione si mette in risalto la difesa della vita di Ahmad e della stessa libertà di fare ricerca scientifica. «Vogliamo difendere la libertà sua e di tutti i ricercatori che con dedizione ed impegno si dedicano al loro lavoro. Chiediamo con rispetto alle Autorità Iraniane l’immediato ed incondizionato ritiro delle accuse che condannano Ahmadreza», si conclude l’appello.

La mobilitazione è stata sostenuta da Roberto Saviano che ha legato la vicenda di Ahmad a quella di un altro ricercatore stroncato mentre stava compiendo il suo lavoro: Giulio Regeni. Anche il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi si è mobilitato per la liberazione di Ahmad, scrivendo al suo corrispettivo iraniano.

L’associazione Nessuno tocchi Caino è intervenuta con una lettera aperta al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Ministro degli Esteri Angelino Alfano (per ora senza ottenere risposta) perché il Governo italiano intervenga immediatamente per salvare la vita ad Ahmadreza Djalai. «Chi in Italia lo ha conosciuto – si legge nella lettera – esclude sia una spia e pensa siano piuttosto le relazioni che ha avuto, nell’ambito del master universitario e del progetto sostenuto dall’Unione europea a cui collaborava per la gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari, con altri ricercatori sauditi ed israeliani ad averlo fatto additare dal paranoico regime iraniano come spia».

Dal primo gennaio, secondo quanto afferma Nessuno tocchi Caino, sarebbero stati 90 i cittadini giustiziati in Iran, di cui alcuni minorenni. L’associazione chiede al premier e al responsabile degli Esteri come sia possibile che uno Stato come l’Iran sia considerato un partner importante a livello internazionale quando è uno Stato in cui non vengono rispettati i diritti umani.

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