Novantanove pagine. È un corposo fascicolo, l’insieme delle motivazioni con le quali la Corte Costituzionale spiega la sua bocciatura di alcune parti dell’Italicum, la legge elettorale “migliore del mondo” secondo l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il 25 gennaio, dopo un giorno e mezzo di consiglio, la Consulta aveva cassato il ballottaggio mantenendo però il premio di maggioranza al 40% della legge elettorale, ricordiamo, valida solo per la Camera dei Deputati – perché si dava per scontato che il Senato sarebbe stato modificato dal ddl Renzi-Boschi.

Le motivazioni della sentenza numero 35/2017, presidente Paolo Grossi, relatore Zambon (qui) , depositate ieri sera, seguono un principio che è fondamentale per una democrazia: l’equilibrio tra la rappresentanza e la governabilità. Se una legge elettorale pende verso la governabilità a scapito del reale diritto degli elettori a essere rappresentati e del principio di uguaglianza del voto, è chiaro che c’è una stortura nel sistema istituzionale. Ed è questo punto sollevato non solo adesso, ma anche a proposito della bocciatura a gennaio 2014 del famigerato Porcellum, quello messo in evidenza in modo particolare dalla Corte.

Ballottaggio
“Le modalità di attribuzione del premio attraverso il turno di ballottaggio determinano una lesione”, si legge nella sentenza, perché per come è congegnato l’Italicum, “il premio attribuito al secondo turno resta un premio di maggioranza e non diventa un premio di governabilità”. L’esigenza costituzionale è quella “di non comprimere eccessivamente il carattere rappresentativo dell’assemblea elettiva e l’eguaglianza del voto”. L’Italicum per come era stato ideato, avrebbe permesso una maggioranza alla Camera anche a una lista che al ballottaggio fosse arrivata con una percentuale bassa di voti.

Premio di maggioranza
L’altro punto chiave, l’attribuzione del premio di maggioranza al 40% con 340 seggi, invece per i giudici guidati dal presidente Paolo Grossi, “non appare in sé manifestamente irragionevole, poiché volta a bilanciare i principi costituzionali della necessaria rappresentatività”, “con gli obbiettivi, pure di rilievo costituzionale, della stabilità del governo del Paese e della rapidità del processo decisionale”. In questo caso la Corte, salomonicamente, fa prevalere la governabilità.

Multicandidature e capilista bloccati
La decisione sulle multicandidature per le quali la Corte aveva optato non per la libera scelta del candidato in un collegio, ma per un’assegnazione tramite sorteggio, viene spiegata dal fatto che in quel modo l’Italicum viola il principio di uguaglianza e di personalità del voto. La Corte auspica però che il legislatore trovi un criterio migliore.
Sul fatto che i capilista non vengono toccati, la Corte sostiene che sono legittimi. Perché nell’Italicum è solo il primo nome bloccato, si possono dare due preferenze e la lista dei candidati è piuttosto corta, mentre nel Porcellum erano stati cassati, visto che tutta la lista era di nominati.

Maggioranze omogenee. Sul fatto della differenza tra le leggi elettorali delle due Camere – per il Senato c’è il cosiddetto Consultellum, cioè il Porcellum ridotto – la Corte “non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non devono ostacolare, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee”.

Insomma, la palla adesso passa al Parlamento. Sono ben 18 le proposte di legge elettorale presentati dai vari partiti, addirittura diversi modelli anche per lo stesso partito. Una di queste è di Gianni Cuperlo, il quale ieri sera a Linea notte ha detto con non malcelata soddisfazione che la nuova legge elettorale “si può fare se c’è responsabilità, togliendo di mezzo quella bella frase rotonda e tornita: la sera delle elezioni si sa chi ha vinto. Ecco, questa frase è valida per un sistema presidenziale, ma l’Italia è una repubblica parlamentare, bisogna trovare una maggioranza di governo per poi andare a presentarsi in Parlamento”. È il de profundis per la politica renziana che proprio su quella frase aveva fatto propaganda per mesi.

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