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«Colpo di Stato del 12 settembre 1980. Mio padre è stato appena arrestato, insieme a centinaia di migliaia di oppositori. Il giuramento di fedeltà che ci fanno recitare due volte a settimana a scuola mi fa l’effetto di altrettanti colpi di manganello», scrive Pinar Selek ne La maschera della menzogna (Fandango). Anni dopo sarebbe toccata a lei l’esperienza del padre. Accusata di fiancheggiamento del Pkk, Pinar ha visto con i propri occhi l’inferno delle carceri turche dove è stata rinchiusa e torturata. In quegli anni durissimi la scrittrice e giornalista Asli Erdogan l’aveva sostenuta, dandole voce in articoli e interviste. Il “caso” ha voluto che ora le parti si siano rovesciate. Ed è Pinar a cercare di mobilitare l’opinione pubblica a sostegno dell’amica e collega. Ma ora pende sulla sua testa la spada di Damocle di una nuova decisione della Corte suprema che ha chiesto l’annullamento della quarta decisione di assoluzione pronunciata nel 2014. Dopo il fallito golpe dello scorso luglio Erdogan ha imposto una stretta confessionale e autoritaria al Paese. La dichiarazione dello Stato di emergenza lo “solleva” dal rispetto delle regole e delle leggi. Nel Paese continuano gli arresti di giornalisti e i licenziamenti in tronco degli insegnanti, mentre  il Parlamento è al lavoro per una revisione della Costituzione in senso presidenziale. È in questo contesto che è stata chiesta la riapertura del processo a carico di Pinar Selek. «Un processo kafkiano», come lo definisce lei stessa. «Continuiamo a lottare per la giustizia, con i mezzi che possiamo. Per il momento non è stata presa la decisione. – rimarca la scrittrice in una ampia intervista che esce sabato prossimo su Left – Voglio pensare che non cancellino la mia assoluzione. Non voglio pensare ad altre eventualità».
La libertà di espressione esiste ancora in Turchia? «No, non esiste più. Molti scrittori e artisti sono in prigione, in esilio o sotto minaccia. La Turchia è bloccata in un tunnel di orrore e non sappiamo come uscirne. La solidarietà internazionale è molto importante, è ossigeno che ci fa respirare».

L’articolo integrale è su Left in edicola

 

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