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Le relazioni transtlantiche, quella cosa che tutti più o meno abbiamo sempre data per scontata, sono a un minimo storico. O rischiano di esserlo. L’ultimo segnale, in grande amicizia, per carità, lo ha dato Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera europea, dopo l’incontro a Washington con Rex Tillerson, il Segretario di Stato fresco di conferma (e con Michael Flynn, discusso e forse in uscita, consigliere per  la sicurezza nazionale, Jared Kushner, genero di Trump e incaricato per il Medio Oriente e il senatore McCain). La comunicazione di Mogherini all’Atlantic council è amichevole, ma non segnala il migliore dei climi. Del resto, alcune dichiarazioni del presidente Trump sull’Europa, che sembrano ribadire concetti espressi in Europa dai vari alleati politici del presidente (Le Pen, Farage, Salvini).

Sono più di dieci anni che a Europa e Stati Uniti capita di non andare d’accordo, dividersi: la prima grande spaccatura fu sull’invasione dell’Iraq, nel 2003, che vide i governi socialdemocratici di Francia e Germania rifiutarsi di partecipare a un’avventura priva di senso – Schroeder ci vinse le elezioni con quella scelta. Poi ci sono stati gli otto anni di Obama, scambi di elogi, convergenza, ma non lavoro comune. Inutile dire che la caduta del Muro di Berlino e la fine della divisione dell’Europa in due blocchi ha cambiato molto le cose, non c’è il collante ideologico/geopolitico a tenere insieme le cose. Ne andrebbe, volendo, trovato uno nuovo che non sia la crociata anti islamica. Ma vediamo cosa ha detto Mogherini tra Atlantic Council e conferenza stampa (qui il testo della  conferenza stampa, qui il sotto l’incontro al think-tank).

«Stiamo entrando in un periodo in cui le relazioni tra Unione europea e Stati Uniti saranno di tipo più pragmatico e negoziato, ci sono molti campi in cui coincidiamo e dove è vitale un lavoro comune». Tradotto: niente è davvero scontato, specie se il messaggio che proviene da Washington è casuale, spesso critico con l’Unione e la sua natura.

«Noi non interferiamo sulla politica interna degli Stati Uniti, e in questi giorni ce ne sono di cose che succedono. Lo stesso vale con l’Europa – nessuna interferenza…Forse mettere “prima l’America” (America first, lo slogan, controverso, di Trump) significa occuparsi prima dell’America…Forse non è una buona idea invitarci a smantellare l’Unione, c’è bisogno di più, non di meno Unione». Tradotto: Trump e figure a lui vicine hanno parlato dell’Ue in termini poco lusinghieri, è sbagliato, non si fa, guardi a tutti i guai che ha in casa sua.

Mogherini in questo caso fa un riferimento velato ma diretto a Ted Malloch, possibile ambasciatore statunitense presso l’Unione, che in varie occasioni ha fatto commenti poco adatti a un diplomatico. Malloch, che viene anche accusato di raccontare due o tre bugie nella sua autobiografia, ha detto di recente: «Ho avuto un ruolo nel far saltare l’Urss, ora potrei averlo nel far saltare l’Europa» e anche «Basta giri gratis sulla giostra del bilancio del Pentagono, Francia, Germania e altri alleati nato dovranno aumentare la propria spesa militare». Malloch è un entusiasta della Brexit e ha promesso accordi bilaterali commerciali favorevoli a Londra. Tra le altre cose, si segnala l’idea che l’amministrazione Trump favorisce un’Europa debole per poter negoziare accordi commerciali bilaterali e non dover avere a che fare con l’Unione. Diversi leader europei hanno fatto sapere di non volere un ambasciatore così.

Non è finita: il sostegno diretto o indiretto, gli incontri e le visite alla Trump Tower dei vari Le Pen, Salvini, Farage, tutti dichiaratamente anti-europei, viene giudicato come una scelta di campo e un tentativo di influenzare il panorama politico europeo.

Ci sono poi i dissidi sulle questioni specifiche. Mogherini ha ribadito che nessun Paese europeo ha la benché minima idea di spostare la propria ambasciata in Israele a Gerusalemme. Mossa annunciata da Trump, che, ha detto il senatore Bob Corker a Politico, avrebbe voluto farlo in pochi giorni e che è stato fortunatamente bloccato. Sull’ucraian Mogherini dice: applichiamo gli accordi di Minsk e, solo poi, alleggeriamo le sanzioni. Trump e il Dipartimento di Stato non hanno detto nulla, o meglio sembrano voler tenere un atteggiamento diverso con Mosca, ma non hanno ancora trovato l’equilibrio tra cooperazione e mantenimento degli equilibri dati.
Poi c’è l’Iran: Mogherini ricorda che l’accordo non è bilaterale tra Paesi ma internazionale e spiega di avere avuto rassicurazioni da parte americana. Ci sono punti di tensione e dissidio con l’Iran (diritti umani, Siria), ma l’Europa dialoga, mantiene canali aperti e commercia con il Paese e non ha apprezzato i toni usati dal nuovo presidente. L’alto rappresentante europeo non lo dice così, ma l’insistenza sull’Iran è un modo per segnalare che nel capitolo “buone relazioni” rientra un atteggiamento equilibrato e razionale nel trattare i rapporti con Teheran – dove tra l’altro si vota il 19 maggio e Trump è naturalmente diventato un argomento di campagna elettorale.

Un primo passaggio cruciale per testare le relazioni tra Europa e Stati Uniti, sebbene la cornice sia diversa, è il vertice Nato, alleanza che Trump ha definito “obsoleta”. Il vicepresidente Pence e il capo del Pentagono Matis saranno a Bruxelles e Monaco per un summit sulla sicurezza, riunioni sull’Isis e incontri di alto livello a partire da domani. Osservare le virgole e gli accenti sarà cruciale per capire il futuro di Nato ed Europa. Quanta pressione perché i partner Nato aumentino i loro bilanci militari fino al 2% (l’impegno è entro il 2024). E che punti di vista su Isis, Ucraina, Siria? Vedremo presto che miscela produrrà il cocktail di irrazionalità e impulsività del presidente, le idee di estrema destra e anti Unione di Steve Bannon, il tentativo di equilibrare ma perseguendo un’agenda nuova dei segretari Tillerson e Matis e il freno dell’apparato e di molti senatori importanti, preoccupatissimi per le scelte di politica estera di Trump. In queste ore il consigliere per la sicurezza nazionale Flynn è nella tempesta per aver telefonato all’ambasciatore russo prima di entrare in carica e prima che Obama approvasse nuove sanzioni contro Mosca in seguito all’hackeraggio della campagna Clinton. Flynn era stato licenziato da Obama per aver contrastato le scelte sulla Siria e ora potrebbe fare la stessa fine.Una possibilità è dunque che una qualche forma di equilibrio non si trovi e che le relazioni transatlantiche siano avviate a quattro anni di montagne russe.

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