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Ieri mi è capitato di parlare con un amico. Quarantenne, una lunga storia d’amore fallita, un buon lavoro a tempo indeterminato perso nel giro di poche ore in un’azienda fallita anche se con gli antichi manager tutt’ora in ottima salute (nel campo dello sviluppo della pellicola, ormai diventata preistoria). E poi una serie di lavoretti che si immaginerebbero buoni per un adolescente e invece cadono tra capo e collo di un uomo fatto e finito. E con il dubbio persistente di essere, anche lui, un fallito.

Finita (male) la sua esperienza di coppia è tornato dai genitori. Suo padre e sua madre sono di quella generazione che crede che un disoccupato sia “uno con poca voglia”, appartengono a quel tempo in cui il lavoro era direttamente proporzionale alla voglia di spaccarsi la schiena e in cui le opportunità erano ovunque.

Lui, l’amico, ha passato l’ultimo anno a disperarsi fino a che è arrivato al punto di credere che anche la disperazione sia un costo troppo alto: siamo un Paese che progressivamente si riempie di persone che cercano la propria realizzazione minima provando a non avere costi. Mica guadagnare il giusto, no: costare niente.

Mi ha raccontato di avere trovato un lavoro a Civitavecchia, ultimamente. Qualche chilometro da casa. Prende 4 euro all’ora. Guadagna due chili di pasta all’ora. Mi dice che tra benzina, autostrada e un panino alla fine della giornata riesce a chiudere in pari: lavora senza guadagnare. Ma lavora, dice lui, e me lo dice con la soddisfazione di chi si sente un privilegiato. «Se stessi a casa sarebbe lo stesso ma almeno uscendo fuori casa tutti i giorni non possono dichiararmi sfaticato», mi ha detto. E io mi sono sbriciolato di fronte alla ferocia di chi pur non andando da nessuna parte ringrazia dio di sembrare comunque in movimento.

Chissà se si riesce a raccontare una cosa del genere. Se ci sono le parole per scriverla.

Buon giovedì.

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