Un giorno senza immigrati, un giorno senza servizi. L’ordine esecutivo anti-musulmani e la retorica sui “bad hombres”, gli uomini cattivi e messicani che rubano il lavoro a noi americani, di Donald Trump hanno toccato un nervo scoperto e generato una reazione delle comunità immigrate e non solo. Quello dei musulmani e degli immigrati che vivono, lavorano, faticano negli Stati Uniti – e quello di tanti altri cittadini americani. Ancora ieri, in una conferenza stampa che sembrava uscita da un film comico e horror allo stesso tempo, il presidente Usa, dopo aver attaccato a freddo i media, spiegato che si rivolge direttamente al popolo perché i giornali raccontano bugie, non aver parlato delle dimissioni di Michael Flynn e sostenuto di aver ereditato una situazione catastrofica, maltrattato un giornalista israeliano, fatto una battuta un po’ razzista a una giornalista afroamericana, Trump ha ribadito i concetti di pericolosità e concorrenza sleale da parte  degli immigrati e la storia del lavoro che abbandona gli States a frotte per emigrare in Messico e Cina. Non è vero, ma non importa. L’annuncio è quello di un nuovo ordine esecutivo, che magari stavolta faranno leggere anche a un avvocato, sulla chiusura delle frontiere.
Il passato recente, quello della settimana appena trascorsa, è quello di una serie di raid anti-clandestino che ha determinato l’espulsione di centinaia di persone, compresa quella di una madre, la cui storia ha occupato le prime pagine dei giornali. Guadalupe Garcia de Rayos era entrata negli States una ventina di anni fa, quando aveva 14 anni, era stata fermata nel 2008 per aver usato un social security number (l’equivalente del nostro codice fiscale, indispensabile per avere un lavoro), rilasciata e doveva fare controlli con le autorità per l’immigrazione una volta l’anno. Stavolta è stata espulsa, consegnata alle autorità messicane a Nogales. Le sue figlie sono rimaste negli Stati Uniti e lei è in un Messico che non conosce o quasi. Le persone come lei, a rischio, sono centinaia di migliaia.

 

 I video delle manifestazioni di ieri in diverse città

Ancora peggiore la storia del primo detenuto il cui status giuridico rientrava nell’ambito dell’ordine esecutivo di Obama sui Dreamers, 750mila giovani incensurati entrati negli Stati Uniti da bambini, che studiano, sono soldati o lavorano. Daniel Ramirez Medina ha 23 anni ed ha ottenuto lo status di residente legale nel 2014 dopo l’ordine esecutivo di Obama, status che gli è stato rinnovato nel 2016. Due giorni fa è stato prelevato da casa con l’accusa di essere membro di una gang criminale – cosa che gli farebbe perdere lo status. I suoi avvocati negano e dicono che al ragazzo sono state fatte pressioni perché si auto-denunciasse.

La reazione degli immigrati è decisa e organizzata. Negli Usa, ispanici (e asiatici) senza cittadinanza sono enormi e, tutto sommato, rappresentano una forza politica: sono spesso organizzati e tra comunità, sindacati, chiese, hanno luoghi di ritrovo e mobilitazione, e nelle grandi metropoli sono la colonna dell’industria dei servizi mal pagati. Senza di loro i ristoranti non cucinano, gli androni del grattacieli non si puliscono, i bambini piccoli non vengono accuditi. Tra l’altro, la forza lavoro irregolare si concentra al 60% in 20 metropoli, che senza quel lavoro rischierebbero di andare in tilt. Ma ci sono anche gli imprenditori, i commercianti. Sono molti.

Bene, molti tra questi, compresi diversi chef famosi e immigrati, ieri hanno cercato di fare capire al Paese come si vive senza immigrati. Cucine vuote, negozi chiusi e manifestazioni a Denver, Chicago, New York, Washington. Persino Eataly ha twittato: “siamo un’impresa immigrata, oggi ci saranno disservizi” (la foto del tweet del supermercato di Boston dice: siamo tutti importati, sotto una foto di prosciutto, olio e prodotti italiani. Al Davis Museum del Wellesley College in Massachusetts hanno invece eliminato tutte le opere d’arte prodotte da immigrati, sostituendole con un cartellino che spiega il perché. Nelle foto qui sotto una serie di manifestazioni e di negozi e cucine chiuse nelle grandi metropoli americane: senza immigrati niente cena fuori, niente panino a pranzo, niente panni piegati e asciugati nella lavanderia a gettoni, niente baby né dog sitter e, forse, niente braccianti nelle campagne (ma questo è più difficile, la parte che lavora nei campi è la meno tutelata e integrata in una comunità).

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