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Fraternidad. Che significa abbandonare le strategie ipocrite dei partiti tradizionali, le alleanze al ribasso, e optare per rapporti umani veri e sinceri. Fraternità è l’ossessione dei podemisti. E dev’essere stato questo a ossigenare l’aria che abbiamo respirato al Palacio de Vistalegre, a Madrid, lo scorso weekend. Nonostante fosse un congresso di partito – un’assemblea, per la precisione, con diecimila partecipanti e senza delegati. Un’assemblea senza fischi, senza tensioni e senza mugugni quando a prendere la parola era l’esponente di un documento politico diverso dal proprio, di un’idea, di una posizione, di una provenienza diversa dalla propria. Ecco – è stato inevitabile constatare – qui c’è l’ossigeno che permette di respirare. Qui manca – o se proprio lo si vuol cercare con la lanterna è del tutto marginale – quel gas che brucia l’ossigeno della buona politica: vogliamo chiamarlo politicismo? Quel professionalizzarsi, far prevalere i bisogni politici, preferire i tatticismi alle idee, il cinismo al coraggio. O, ancora, mandarsele a dire, inviare messaggi subliminali ai nostri interlocutori politici (e chi se ne importa, poi, se non tutti riescono a capire). Ecco, questa no, non è fraternidad.

Anche della vittoria di Pablo Iglesias – un plebiscito – vi raccontiamo su questo numero di Left. Dei diecimila che rivestono di viola il palazzetto un tempo plaza de toros intonando Unidad!. E proviamo pure a raccontarvi chi sono i podemisti che abbiamo incontrato, scoprendo che di trasversale, in Podemos, ci sono la “classe sociale” di provenienza e l’età, ma non l’orientamento politico. Tutti quelli con cui abbiamo parlato si sono detti di sinistra: di izquierda real, per la precisione, che qui in Spagna è un modo per distinguersi dalla “finta sinistra”, per intenderci quella dei socialisti del Psoe.

«Temo di non meritare il paragone con Podemos. Non lo merito io e, temo, non ce lo meritiamo noi tutti. Ma ci stiamo lavorando. Non escludo, anzi, che potremo presto meritarci qualcosa di simile all’energia straordinaria che ho visto a Madrid». Ha detto così Nicola Fratoianni a Luca Sappino, a pochi giorni dal congresso fondativo di Sinistra italiana. Anche Fratoianni era sugli spalti di Vistalegre, e noi lo abbiamo intervistato sapendo che ad attenderlo in Italia c’erano gli immancabili venti di scissione (in un partito che non è ancora nato) e uno stucchevole dibattito a mezzo stampa sulle ragioni di un centrosinistra e sul rapporto con Renzi. Uno shock.

«Fare la sinistra senza chiamarla sinistra». Per questo tentativo intrapreso, il partito spagnolo si è aggiudicato l’etichetta di “populisti di sinistra”. Chiedersi come trasformare la realtà, invece di litigare per decidere come chiamarla. Cercare il modo per stare bene, e non quello di avere ragione. Questo abbiamo visto a Madrid. Abbiamo intravisto che, cominciando ad abbandonare quel maledetto politicismo, si può fare.

Il reportage da Madrid e l’intervista a Nicola Fratoianni su Left in edicola

 

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