Le No go zones d’Europa sono la leggenda che viaggia sui siti della destra americana, una leggenda a cui ha fatto riferimento indiretto il presidente Donald Trump durante il comizio di sabato scorso in Florida. Che poi ci sia bisogno di comizi in pura modalità da campagna elettorale a un mese dall’insediamento, è un tema di cui sarebbe interessante discutere per cercare di prevedere cosa saranno questi quattro anni di presidenza – ammesso e non concesso che si arrivi alla fine.

Parlando a una piccola folla e sciorinando i terribili pericoli che occorre tenere alla larga, Donald Trump ha più o meno detto: «Guardate cosa succede a Bruxelles, a Parigi, guardate cosa è successo ieri in Svezia!».

Già, cosa era successo in Svezia? Nulla: l’ultima cosa che somigliasse a un attentato terroristico gli svedesi l’hanno vista quando un gruppo di estrema destra ha dato fuoco a una casa-asilo per rifugiati. A cosa faceva riferimento Trump, dunque? Semplice, a un programma Tv andato in onda la sera prima su Fox News, durante il quale Ami Horowitz aveva intervistato due poliziotti e una persona che gli spiegavano come l’apertura ai rifugiati da parte del governo svedese avesse prodotto un’ondata di nuova criminalità e stupri. La confusione su «cosa è successo in Svezia» è un segnale di confusione, è un messaggio che confonde terrorismo e criminalità comune in un unico calderone e, infine, è una bugia: tutti i dati statistici e di polizia svedesi indicano infatti come i livelli di criminalità siano sostanzialmente invariati (lieve aumento nell’ultimo anno, ma stessi livelli che, ad esempio, nel 2005, qui un articolo dallo svedese Aftonbladet che riporta tutte le statistiche).

Un modo come un altro, insomma, di manipolare la realtà, inventarla. Oppure, e questo sarebbe quasi più inquietante, un presidente che guarda programmi di cattiva cronaca in Tv e crede a quel che vede e non cerca di usare la discreta rete di intelligence a sua disposizione per raccogliere in informazioni. Un presidente che riceve lo stesso livello di cattiva qualità dell’informazione di una parte dei cittadini che lo hanno votato. Oppure, ancora, un presidente che parla di cose che i suoi elettori hanno visto in Tv e le rilancia, le rafforza. Anche sapendo che non sono vere.

Ma la leggenda della Svezia, viene da più lontano. Dalle no go zones, appunto. Queste sarebbero aree dove le gang di immigrati dettano legge, vige più o meno la sharia e la polizia o i cittadini normali hanno paura ad entrare. Se ne parla spesso su molti siti di destra o di emanazione russa (express.co.uk, DailyWire, Breibart, RT, sputnik). Queste aree esisterebbero in Svezia, specie nella zona di Malmoe e poi in Francia, Belgio, Germania e ovunque ci siano troppi immigrati musulmani. Una colossale fakenews, desunta dalla designazione da parte della polizia svedese di 55 zone difficili dal punto di vista socioeconomico, un filone di scrittura sull’Europa (dove le no go zones sarebbero ovunque) per questi siti che piegano la realtà a una propaganda di destra senza dichiararlo.

Da cosa nasce il mito? Da un rapporto della polizia svedese di qualche anno fa dove si legge:

«In Svezia, ci sono attualmente 55 aree geografiche in cui le reti criminali locali hanno un effetto negativo sulla comunità locale. Le aree sono distribuite in 22 città – quelle considerate socio-economicamente vulnerabili. L’impatto della criminalità sulle comunità locali sembra essere legato al contesto sociale della zona, piuttosto che da una volontà dei criminali di prendere il potere e il controllo della comunità. […] La situazione in queste zone ha reso difficile indagare il crimine in quei contesti. La polizia ha avuto difficoltà a lavorare in queste aree, tra le altre ragioni, perché durante gli arresti i veicoli vengono aggrediti dalla popolazione locale».

Ovvero, in Svezia ci sono quartieri dal contesto difficile dove la polizia ha difficoltà perché la popolazione locale spesso è solidale con la piccola criminalità. La causa sono i rifugiati siriani? Certamente e quei quartieri si espandono a macchia di leopardo, sono sempre di più e la situazione sta rendendo la situazione al limite. Fa un po’ ridere? Già, ma se googlaste “no go zones” vi trovereste di fronte a un elenco infinito di articoli che fanno riferimento a questi quartieri e alla guerra civile nella quale siamo immersi.

Non è una guerra vera, ma ad alimentarla ci sono il presidente Usa, la propaganda dell’Isis e, in questi giorni, anche i beoti che hanno deciso che Milano si trasforma in Africa per colpa di due palme. Che significa che la propaganda a colpi di notizie distorte ed esagerazioni, di semplificazione dei problemi, è arrivata anche qui. E che invece di proporre la loro ideologia, fascisti e xenofobi, alzano cortine di fumo e alimentano paure irrazionali. Una modalità della comunicazione, come tutti i contenuti del comizio di Trump, desunta direttamente dal modo di fare informazione di Breibart News, il portale di destra gestito da Steve Bannon fino a quando questi non è diventato lo stratega della Casa Bianca.

Non male la presa in giro generata dalla sparata di Trump che fa riferimento a un altro attentato mai avvenuto, quello di Bowling Green, che la stratega Kellyanne Comway ha menzionato a sua volta in televisione: «Dopo Bowling Green gli svedesi si strinsero a noi, oggi siamo al fianco della Svezia»

 

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