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Nuova puntata della travagliata vicenda Stadio della Roma. La parola finale è nelle mani del sindaco pentastellato, certo: «Decide Raggi», ha sancito ieri Beppe Grillo, a Roma per discutere col primo cittadino proprio della questione. Ma l’autonomia di Virginia Raggi è costellata di vincoli. Non da ultimo, la lacerazione interna al partito del blog – nonostante, sempre ieri, Grillo ribadisse: «Il Movimento 5 stelle è compatto». Cerca di mediare e ricompattare, il garante: «non faremo una scelta tra un palazzinaro e un altro: sarà un altro tipo di scelta, di più non posso dirvi», ma, assicura, si tratterà di «scelte in sintonia con il Movimento». Una sintonia difficile da distinguere, attualmente, visto che il movimento è letteralmente spaccato in due, come dimostrano post come quelli della deputata Roberta Lombardi, avversaria dichiarata dell’operato di Raggi.

Non è andata benissimo la manifestazione anti-cemento di oggi degli attivisti M5s contro la loro stessa giunta. Si sono presentati in una cinquantina in piazza Madonna di Loreto (affianco al Campidoglio), cartelli  alla mano, per consegnare al primo cittadino le motivazioni del loro “no allo stadio”. Oltre alla lettera, un fac-simile della delibera che annullerebbe l’interesse pubblico dichiarato dalla giunta Marino. Il messaggio da recapitare è chiaro: «Cara Virginia, sulla vicenda stadio state prendendo una cantonata».

Non sono stati ricevuti – anche perché Virginia Raggi è impegnata, forse non per caso, a dare la sua solidarietà alla protesta dei tassisti romani. Questo però non scoraggia Francesco Sanvitto, coordinatore del Tavolo Urbanistica per il M5s capitolino, che si scaglia perfino contro il Garante del Movimento: «Grillo? Chi è?», attacca: «Quando va in una città che non conosce sarebbe interessante che si domandasse se esiste una base preparata e se esistono dei tavoli tecnici preparati. E invece siamo stati circondati da peracottari poco tecnici che non fanno neanche parte del movimento». E ancora: «Piuttosto ci dica chi è l’avvocato Lanzalone, che si occupa di diritto societario e fa parte di consigli di amministrazione di banche e va a trattare chissà cosa con il proprietario della società che deve fare lo stadio che per l’80% è una banca». E non pago, incalza: «Grillo non sa leggere tutte le carte del progetto come le so leggere io. Io valgo cento rispetto a Grillo, lui varrà più di me se dovessi fare uno spettacolo da qualche parte», ha dichiarato a ForzaRoma.info (la sezione giallorossa della Gazzetta dello Sport), e non ci va certo leggero: «Questa è una truffa, non ha altro nome».

Ma, come abbiamo scritto su Left in edicola questa settimana, Grillo ha già deciso tempo fa. E soprattutto, annullare la delibera ereditata con una contro-delibera costerebbe alla giunta – e ai romani – una causa multimilionaria. Ipotesi che a noi era stata smentita da tutte le parti coinvolte, perché “nessuno vuole arrivare a quello”, ma che col passare dei giorni sta diventando sempre più imponente. Testimonianza ne è la presenza dell’avvocato di Grillo (a cui fanno riferimento gli attivisti ribelli) appositamente calato da Genova Luca Lanzalone, a ogni tavolo tecnico. Un motivo questo che potrebbe valere ben più di tutti i valori ambientalisti. Proprio per questo, Raggi ha chiesto un parere all’Avvocatura capitolina.

Sul terreno di Tor di Valle, inoltre, è inoltre calata la scure della Sopraintendenza, che ha richiesto il vincolo per l’Ippodromo. Cosa che imporrebbe una rivisitazione del progetto, e una probabile ulteriore riduzione delle cubature facendo saltare le tre torri del Business Park – che dopo del 20 % quella ottenuta nell’ultima seduta plenaria, sarebbe difficile da far mandare giù al manager italo-americano James Pallotta e al costruttore Luca Parnasi. Anche se, per il Movimento, potrebbe essere una via di salvezza niente male: niente stadio, niente penale e soprattutto niente responsabilità.

In ogni caso domani, all’ennesima riunione con la società giallorossa e Parnasi, il Comune potrebbe presentarsi con una controproposta. Alla quale seguirebbe, con ogni probabilità, un nuovo slittamento della conferenza dei servizi (prevista per il 3 marzo) che dovrebbe sancire le sorti dell’operazione, e stavolta su richiesta dei proponenti.

Molto lontana l’era in cui a decidere erano gli attivisti M5s tramite votazione on-line. Non sarà una consultazione degli iscritti sulla piattaforma dedicata, stavolta, a dare il via libera, ma gli abitanti della zona. In che modo, è ancora tutto da studiare. Resta il fatto che si tratta di un coinvolgimento molto marginale e sicuramente ben lontano dalla democrazia partecipata. Della quale, per Sanvitto e gli altri attivisti, è rimasto poco: «Fin quando hanno fatto opposizione i tavoli di lavoro erano utili. Ora che sono diventati governo invece di usare i loro strumenti di persone particolarmente informate e capaci si sono circondati di mercenari opportunisti che non fanno parte del Movimento e che per di più sono anche ignoranti».

 

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