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Negli sviluppi delle società a capitalismo maturo sembra realizzarsi l’assunto fondamentale del neoliberismo – che ha trovato la massima espressione nella teoria economica di Milton Friedman e nelle politiche di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher – secondo il quale “non esiste la società, ma solo i singoli individui”. Si assiste, infatti, allo sgretolarsi di tutti quei legami sociali che consentirono lo sviluppo civile del secolo passato, e in ogni campo prevalgono frammentazione, isolamento, ricerca delle soluzioni ai problemi della vita sul piano individuale, in assenza di ogni legame relazionale. Il dibattito politico è anch’esso pervaso da fenomeni di concorrenza e contrapposizione, che hanno soppiantato il confronto e la dialettica. Anche quando, nella migliore delle ipotesi, la politica si orienta verso la ricerca di buone soluzioni sul piano tecnico e amministrativo, l’esito risulta alla fine compromesso dalla mancanza di ogni idea sulla collettività cui le politiche dovrebbero rivolgersi. Il fenomeno ha corroso dall’interno le stesse forze di sinistra, che una volta affondavano le proprie radici nel terreno della socialità e dell’uguaglianza. Gruppi e partiti sono infatti lacerati, a sinistra, da divisioni che si consumano dietro singole personalità politiche, mentre manca ciò che dovrebbe conferire un senso alla politica, cioè il confronto tra visioni, idee, programmi.

L’eredità più pesante del neoliberismo è questa diffusa perdita di consapevolezza della centralità della socialità, che ha reso peraltro possibili le devastanti politiche economiche poste in essere in questi anni. Ma è, al contempo, la più bruciante sconfitta dell’idea di socialismo. Questa parola, infatti, secondo Franco Venturi, nasce alla metà del Settecento e deriva dal termine latino socialitas, dunque porta in sé il richiamo alla natura sociale dell’essere umano e alla possibilità di costruire una società basata, appunto, sulla naturale socialità umana.

L’attuale stato di cose è il risultato delle sconfitte di portata storica subite dalle forze del movimento operaio. Esso, oltre che sul piano storico e politico, va indagato nei suoi aspetti antropologici e culturali. La questione fondamentale è se davvero l’uomo sia, per sua natura, un essere sociale. Se la risposta è positiva, allora le storiche rivendicazioni di uguaglianza e di giustizia troverebbero una loro ragion d’essere, oltre il calcolo di convenienza di questo o di quel gruppo sociale. La necessità è dunque individuare in che cosa consista esattamente la natura sociale dell’essere umano. Massimo Fagioli ha fornito una risposta precisa a questa domanda, e l’ha fatto guardando dove nessuno aveva mai guardato: la dinamica della nascita dell’essere umano e la formazione della realtà psichica.

Riprendiamo le sue parole dal penultimo articolo scritto per Left (n. 5/2017): E la parola pulsione indica un fenomeno assurdo e paradossale perché simultaneamente alla realizzazione dell’indifferenza nei confronti del mondo non umano, realizza la memoria della sensazione del contatto della pelle del feto con il liquido amniotico che fa la sapienza senza parola che è “la certezza dell’esistenza di un altro essere umano”. Certezza che non è pensiero verbale ma che è … essere.

L’essere umano è dunque per natura essere sociale, perché, nella dinamica che fa seguito alla nascita, trova la certezza dell’esistenza di un essere umano simile a se stesso: egli, venendo al mondo, non vede, ma sa e sente tale esistenza.

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