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«La repubblica comunista di Hollywood non è nemmeno in grado di organizzare la sua cerimonia annuale e si permette di criticarmi? Triste!». Il tweet di Donald Trump sugli Oscar 2017 è inventato, ma dopo la terribile gaffe fatta durante la cerimonia di premiazione, ci starebbe: una delle icone liberal per eccellenza, il ricco e sinistrorso Warren Beatty, regista e protagonista, nel 1981, di Reds (film su un comunista americano mandato nelle sale negli anni in cui imperversava un furioso conflitto ideologico con l’Urss) sbaglia imbarazzato il nome del vincitore. Il resto lo sapete: il premio per il miglior film non lo ha vinto il favorito e super nominato La la land, ma  Moonlight, romanzo di formazione che segue le vite di due giovani neri dall’infanzia all’età adulte –  compreso un breve momento di relazione omosessuale (ci si scusi la sintesi brutale della trama).

Il momento in cui Jordan Horowitz, produttore di La la land, chiama sul palco il cast di Moonlight

I premi sono nel complesso molto politici, nonostante tra i film che hanno vinto le statuette non  ci siano documentari di Michael Moore o film di denuncia sociale. I premi sono molto contro Donald Trump e quel tipo di ideologia dell’altro come nemico che lo ha portato a vincere le elezioni. Ogni statuetta o quasi è attribuita a una categoria, a un gruppo contro il quale il presidente Usa si accanisce a colpi di ordini esecutivi e tweet: musulmani, iraniani, arabi, neri omosessuali. Tutto quel che non piace all’america bianca e di destra che lo ha votato. Moonlight è infatti la storia di due giovani neri, diretta da un nero e ha vinto anche una statuetta – miglior attore non protagonista – facendo vincere il primo attore musulmano della storia: Mahershala Ali.

Che altro? Il premio per il miglior film straniero lo vince per la seconda volta il regista iraniano Asghar Fahradi, che ha battuto il film austro-tedesco Toni Erdmann, probabilmente per consentire la lettura del messaggio di Fahradi: «La mia assenza è dovuta al rispetto per la gente del mio Paese, e quelle degli altri Sei a cui si è scelto di mancare di rispetto con la legge disumana che vieta loro l’ingresso negli Stati Uniti» è il passaggio cruciale. Lo stesso Asghar Fahradi, nelle stesse ore, era a Londra, dove il sindaco Sadiq Khan, aveva organizzato la prima del film a Trafalgar Square, invitava a rifiutare l’odio e le divisioni: «Questa solidarietà è un grande inizio. Spero che questo movimento continui, si diffonda perché ha in sé la forza di resistere al fascismo, battere gli estremismi e e fermare i regimi oppressivi ovunque». Il sindaco Khan ha detto: «Questo è il momento di costruire ponti, non muri». E un’orchestra di musicisti siriani ha suonato assieme a Damon Albarn, storico frontman dei Blur, ideatore dei Gorillaz e protagonista di mille progetti musicali.

Il video-messaggio di Fahradi ai londinesi

Poi ci sono le statuette nere, a Viola Davis, miglior attrice non protagonista, oltre che il film diretto da Barry Jenkins e Mahershala Ali. E infine il miglior documentario breve, vinto a White Helmets, un altro dispetto al presidente. Non tanto per la volontà di riaprire i canali con la Russia e la scelta probabile di lasciare Assad alla guida della Siria, ma perché il giovane direttore della fotografia Khaled Khateeb si è visto negare l’ingresso negli Stati Uniti nonostante un visto valido e aver passato tre giorni in aeroporto.

Poi c’è Donald Trump, che ieri non ha parlato di Oscar, ma che nel 2015 aveva twittato una frase premonitrice: «Gli Oscar sono una barzelletta triste, proprio come il nostro presidente. Quante cose sbagliate!».

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