Una notizia che ormai non è più notizia nella stampa mainstream. Oggi solo due colonne nella cronaca locale di Repubblica, qualche riga sui siti, nulla più. L’ennesimo suicidio in carcere, stavolta a Regina Coeli, il 25 febbraio. Dall’inizio dell’anno sono 10 i detenuti che si sono tolti la vita. Un’agghiacciante escalation. Ma il ragazzo di 21 anni che si è impiccato con un lenzuolo nella casa circondariale della Capitale aveva una storia particolare. Aveva problemi conclamati di malattia mentale e veniva seguito dai servizi psichiatrici da quando aveva 10 anni.

Valerio, questo il suo nome, il 16 febbraio aveva scritto una lettera al fratello in cui raccontava il dramma che stava vivendo. Parole commoventi, drammatiche, scolpite in un italiano incerto su quel foglio che la madre ha consegnato all’associazione Antigone che l’ha resa pubblica. Com’è possibile che un ragazzo con evidenti problemi di malattia psichica finisca in una casa circondariale e non venga affidato invece a un dipartimento di salute mentale di una Asl oppure a una Rems, le residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza che hanno sostituito gli Opg?

La «sintesi fredda di un episodio gravissimo»: così ieri Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti ha raccontato la vicenda di Valerio in un post su facebook. «Collocazione in Rems (Ceccano) – scrive – nel settembre dell’anno scorso. Due episodi di allontanamento dalla Rems e irreperibilità; ritrovamento da parte dei Carabinieri. Il magistrato stabilisce l’aggravamento della misura e, quindi, la custodia cautelare in carcere: siamo alla vigilia di Natale. Solo nove giorni fa assegnazione a un’altra Rems (Subiaco), ma questa dichiara che non ha posto. Resta in carcere sotto “grande sorveglianza”. Ieri si è ucciso. Una storia di rinvii, di incapacità a gestire la difficoltà. Una vita finita. A ventidue anni».

Sulla morte di Valerio il pm Pisani ha aperto le indagini. «Ma bisogna andare oltre il fatto di cronaca, occorre dare un senso alla vicenda per cercar di capire come sia potuto accadere, perché non sia stato curato e invece sia finito in carcere» dice Simona Filippi, difensore civico di Antigone e legale della madre di Valerio. «Il ragazzo aveva una storia documentata sui suoi problemi mentali, gravi, e che si portava dietro dall’infanzia. Dinanzi a questo quadro il carcere deve mettere in atto una serie di azioni: il servizio nuovi giunti, le Rems, la sorveglianza a vista», dice l’avvocata. «Come è possibile che alla luce di tutto quello che è stato fatto, anche in tema di sensibilizzazione su questi temi, con il superamento degli Opg, chi ha una storia come la sua finisca in carcere dove può accadere anche quello che è accaduto a lui? Ci sono stati due passaggi, dal punto di vista giuridico – continua l’avvocata Filippi – a dicembre 2016 per oltraggio a un pubblico ufficiale finisce a Regina Coeli con un provvedimento di un giudice che applica la misura cautelare in carcere.  Dopo di che, il fascicolo passa ad un altro giudice il quale revoca la misura cautelare in carcere e applica la misura di sicurezza all’interno di una Rems. Ma nella Rems non c’è posto e il ragazzo – e questo è il punto – rimane a Regina Coeli».

Valerio, racconta l’avvocata Filippi, ha vissuto quel momento come «una regressione nel suo percorso che con grande sofferenza sua e della famiglia stava portando avanti». StopOpg che proprio qualche giorno fa ricordava la chiusura definitiva degli ex manicomi giudiziari, interviene a proposito della vicenda e chiede di «rafforzare e riqualificare i programmi di tutela della salute mentale in carcere da parte delle Asl, mentre il Dap deve istituire, senza ulteriori ritardi, le sezioni di Osservazione psichiatrica e le previste articolazioni psichiatriche, spazi adeguati per le attività di cura e riabilitazione».

Il caso di Valerio dimostra ancora una volta come occorra potenziare in generale una ricerca psichiatrica che consideri la malattia di mente una malattia da curare e non uno stigma, un destino né tantomeno una colpa. Quello che conta è la cura e non le mura, sosteneva a Left due anni fa lo psichiatra Massimo Fagioli nell’ambito di una inchiesta sulla chiusura degli Opg. Non basta abolire gli ospedali psichiatrici giudiziari se poi «c’è l’eliminazione di qualsiasi possibilità e idea di fare una ricerca sulla mente umana, sulla malattia mentale», diceva.
E infine, come auspicava sempre nell’inchiesta di Left il giudice Francesco Maisto, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, in questi casi in cui sono protagonisti i cosiddetti “folli rei” tra psichiatria e magistratura occorrerebbe «una collaborazione virtuosa in modo che nessuno resti nel proprio orticello». Parole e azioni comuni tra magistrati, psichiatri e operatori sociali.

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