È trascorso un anno dall’assassinio dell’attivista indigena Berta Cáceres, la coordinatrice del Copinh morta il 2 marzo 2016 nella sua casa di La Esperanza (Honduras Occidentale), per le sue battaglie al fianco della comunità nativa di Rio Blanco contro la costruzione dell’impianto idroelettrico Agua Zarca, sul fiume sacro Gualcarque. Oggi, dalla Germania a Puerto Rico, dall’Ecuador a San Francisco passando per Londra, Madrid, Bilbao, San Salvador e Cile, sono tante le capitali del mondo che hanno risposto all’appello lanciato dall’organizzazione indigena e dalla famiglia di Càceres. A Roma l’appuntamento è previsto nel tardo pomeriggio di fronte all’ambasciata dell’Honduras in via Giambattista Vico 40 (metro Flaminio), per rendere omaggio alla memoria dell’attivista, premio Goldman per l’ambiente 2015 per essere riuscita a bloccare la costruzione della diga in territorio Lenca, una delle etnie più numerose del Continente. Il presidio è anche una richiesta di verità e giustizia su quello che l’organizzazione indigena non esita a definire “omicidio di Stato”, oltre che di uno stop definitivo ai progetti estrattivisti e alle speculazioni che distruggono e privano le comunità native dell’Honduras di risorse vitali.

«Un anno fa hanno assassinato Berta perché non sopportavano che una donna, un’indigena, si potesse opporre con il suo popolo allo sfruttamento dei nostri territori, uscendone vittoriosa», ha dichiarato il Copinh in un comunicato, diffuso durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 28 febbraio nel Dipartimento di Intibucà. «La assassinarono perché in questo Paese si preferisce ammazzare, invece che dialogare. E si pensa che uccidendo persone si uccidano le idee».
Una morte annunciata la sua, già prima del Colpo di Stato del 2009 operato dalla destra ultra-nazionalista, tanto che il suo nome era in cima alla black list delle persone “da eliminare” ad opera degli squadroni della morte, perché minacciava gli interessi corporativi. Un omicidio, che non è riuscito a scongiurare neanche la Commissione interamericana dei diritti umani, che le aveva assegnato una scorta, mal garantita dal governo dell’Honduras.

Lo stesso Governo che ha secretato le indagini, impedendo l’accesso agli atti anche alla famiglia, contravvenendo alle procedure internazionali. E ha rifiutato di riconoscere il Gaipe (Gruppo consultivo internazionale di esperti), la commissione d’indagine indipendente istituita lo scorso novembre dalla famiglia e dal Copinh, sul modello di quella dei 43 di Ayotzinapa assassinati in Messico, per vigilare sullo svolgimento delle indagini. Soprattutto dopo lo scandaloso furto dell’unica copia degli atti del processo, indebitamente portati fuori dai pubblici uffici dal pubblico ministero, lo scorso settembre.

Finora, sono otto le persone arrestate per l’omicidio. Fra questi, stando alle rivelazioni pubblicate dal quotidiano britannico The Guardian lo scorso 28 febbraio, il maggiore Mariano Díaz Chávez, veterano decorato nelle forze speciali e l’ex tenenete Douglas Giovanny Bustillo, addestrati nel 1997 nella Scuola delle Americhe che, per decenni, formò le forze militari latinoamericane nella zona del Canale di Panama (dal 1984 con sede presso Fort Benning, Georgia, sotto il nome di Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione e la sicurezza). Dal maggio 2006, entrambi i militari sono detenuti insieme a Sergio Rodrigues e Edilson Antonio Duarte, considerato l’esecutore materiale dell’omicidio di Berta Cáceres. Colui che armato di fucile aprì il fuoco sulla leader indigena, strappandole la vita con quattro proiettili alle 23.30. Duarte, che da tempo svolgeva “lavori” da sicario, ha dichiarato di essere stato contattato da Sergio Rodríguez, esecutivo del progetto idroeléctrico Agua Zarca, spinto dall’impresa Desarrollos Energéticos SA (in sigla Desa). La stessa che annovera nel suo consiglio direttivo figure come l’amministratore delegato David Castillo, formatosi nell’accademia militare di West Point ed esperto di intelligence militare, legato all’élite governativa del Paese.

L’ultimo arrestato è l’ex militare Henry Javier Hernandez Rodriguez, un ex cecchino delle forze speciali, che aveva lavorato sotto il comando diretto di Diaz, catturato in Messico qualche settimana fa. Colui che ha ferito al braccio l’attivista ambientale messicano Castro Soto, unico testimone dell’omicidio di Berta Cáceres. E l’unico ad aver ammesso il proprio coinvolgimento nell’omicidio e di aver agito sotto costrizione.
Agli atti giudiziari ci sono anche i tabulati telefonici e i messaggi, che secondo i pubblici ministeri contengono riferimenti codificati per l’omicidio. «Alla luce di queste rivelazioni, riteniamo responsabili le strutture delle forze armate, dove prolifera e si sviluppa il sicariato, che formano gli squadroni della morte, che per pochi spiccioli uccidono popoli e comunità. Le autorità honduregne, però, tentano ancora di giustificare la loro incapacità di catturare i mandanti dell’omicidio», ribadiscono gli attivisti del Copinh.

«Legittimare l’impunità, metterebbe a rischio la vita di tanti altri membri delle comunità e degli attivisti per i diritti umani che in Honduras continuano a lavorare fra enormi difficoltà e a morire come mosche», spiega Berta Zuniga Càceres, figlia della coordinatrice indigena. Dalla morte della Càceres sono stati cinque gli attivisti uccisi nel Paese. Portando, secondo l’Ong Global Witness, il bilancio delle vittime a 120 dal 2010, rendendo l’Honduras la nazione più pericolosa al mondo per gli attivisti ambientali.

Il vuoto lasciato dalla leader del Consiglio civico popolare degli indigeni dell’Honduras non ha fermato però le sue battaglie, né il movimento indigeno, nonostante le continue minacce. “Berta vive! Copinh Sigue” non è solo lo slogan scelto dall’organizzazione per commemorare la sua scomparsa. È anche una campagna che sta dando forma ad una piattaforma di solidarietà internazionale, decisa a continuare a contrapporsi al sistema capitalista, razzista, patriarcale e colonialista che vige in Honduras dal golpe del 2009.
«Credevano che uccidendola, avrebbero segnato la fine non solo di una guida riconosciuta nel Latino America e nel mondo. Ma anche di un’idea, di un progetto politico, dell’organizzazione della quale fu fondatrice nel 1993 e parte allo stesso tempo. In questi giorni – concludono gli attivisti – non solo ricordiamo con dolore quell’orrendo crimine, ma celebriamo la vita. Quella di Berta, che nacque il 4 marzo. E quella del Copinh, che il 27 Marzo 2017 compirà 24 anni dalla sua fondazione”, rinnovando l’impegno a costruire alternative nel rispetto delle comunità indigene, dei territori ancestrali e dell’identità di un popolo fra i più antichi del Mesoamerica.

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