La catastrofe della campagna di Francois Fillon, colpito da una serie di guai e inchieste giudiziarie, sta mettendo il vento nelle vele di Emmanuel Macron, l’ex ministro del governo Valls, noto per la legge che porta il suo nome, 308 articoli che toccano diverse sfere – dai licenziamenti collettivi ad alcune privatizzazioni, dalla liberalizzazione di alcuni settori e delle professioni – e che ha generato molte proteste, specie a sinistra.

Quella legge, come il programma elettorale del candidato di En Marche! (in cammino) presentato ieri, è un cocktail di cose molto diverse, di destra e di sinistra o buon senso modernizzatore per un Paese centralizzato e a tratti molto burocratico. Nonostante quella legge non fosse particolarmente popolare, nonostante i socialisti abbiano trovato in Benoit Hamon un candidato che si distingue in maniera netta da Manuel Valls e Francois Hollande, Macron supera oggi nei sondaggi, per la prima volta, Marine Le Pen al primo turno. È una notizia, la candidata del Front National, pur data perdente contro Fillon, Macron e chiunque altro al secondo turno, da mesi è in testa alle intenzioni di voto dei francesi. L’altra notizia è che 60 tra eletti dei Republicains e consiglieri del candidato Fillon, chiedono allo stesso di ritirarsi dalla corsa o si sono dimessi dalla campagna. E che dopo un discorso di sfida, il candidato del centrodestra ha reso noto che se un comizio che terrà domenica non andasse bene, potrebbe scegliere di ritirarsi: «Può lottare contro i giudici, non contro il partito» ha detto un suo consigliere. Lo stesso sondaggio che vede Macron in testa vede Juppé raggiungere il secondo turno e scalzare Le Pen in caso di ritiro di Fillon. Ma Juppé non è candidato, quindi uno scenario simile è molto teorico.

Il dato del sondaggio è interessante per diverse ragioni. La prima questione è generale: Hamon, Le Pen, Macron (ovvero i candidati che conoscono una dinamica positiva) non sono facce nuove, ma segnalano un cambiamento nel gruppo dirigente che ha guidato il Paese negli ultimi decenni. Lo stesso Fillon, la cui candidatura sembra davvero defunta, aveva vinto a sorpresa le primarie del suo partito.

A guardare il programma di Macron, poi, si ha l’impressione che in Francia sia arrivata la Terza Via dei socialisti anni 90. Fa quasi sorridere, visto che quella strada né di destra né di sinistra è stata sepolta dalla crisi del 2008 e da alcuni successi della destra in giro per il mondo – non ultima la vittoria di Trump contro quella che ne veniva considerata l’ultima erede. Neppure in Italia è andata troppo bene. Ciò detto, per un Paese che fino a un mese fa aveva come prospettiva quella di un ballottaggio presidenziale tra un candidato piuttosto di destra del centrodestra e la campionessa della destra xenofoba e anti europeista, la Terza Via è un passo in avanti.

Cosa c’è nel programma di Macron? Alcune cose sono condivisibili, altre molto meno. Alcune hanno un tono chiaramente di sinistra, altre no. Le prime norme importanti sono la soppressione della tassa sulla prima casa per l’80% della popolazione, una misura non sbagliata perché in Francia i redditi catastali sono tali per cui è più facile pagare poco se si vive in un bel centro cittadino, piuttosto che in campagna. I meno abbienti, insomma, pagano meno dei ricchi.

Altra riforma generale è quella di un’assicurazione contro la disoccupazione universale. Nel senso che oltre a beneficiarne i lavoratori dipendenti, ne beneficeranno anche professionisti, imprenditori, eccetera. La misura non è il reddito universale, ma è interessante, sia perché il mercato del lavoro è in una fase di grande cambiamento e molti lavoratori autonomi hanno redditi intermittenti, sia perché ne beneficerebbero anche persone che normalmente pagano le imposte per i sussidi degli altri. Sul piano del lavoro ci sono anche disincentivi alla precarietà – tassare più quei contratti – un aumento per il lavoro meno pagato attraverso uno strumento di welfare, diminuzione della tassazione sui redditi e aumento delle tasse sui patrimoni. E poi, per reperire risorse, tassare finalmente i giganti del web. Sul terreno fiscale c’è però un incentivo a diminuire le tasse sulla ricchezza azionaria, contrapposta a quella immobiliare: se investi in Borsa metti soldi nell’economia, se investi in mattone è come mettere soldi sotto il tappeto è l’idea di Macron. Che incentivare gli investimenti di Borsa sia una cosa giusta, è tutta da vedere ed è tipica della Terza Via, che ha costruito le sue fortune sul boom delle Borse. Sempre sul terreno dei temi scivolosi c’è una riforma delle pensioni che equipari il settore pubblico a quello privato e un taglio netto del numero di dipendenti pubblici – meno120mila.

Poi ci sono gli stage estivi per gli studenti in difficoltà, mobilitando professori volontari e in pensione. È una forma piccola di investimento sull’istruzione. Così come il “pass culture”, 500 euro per tutti i 18enni da spendere in consumi culturali. E poi anche redistribuzione dei professori in maniera da ridurre il numero di allievi nei quartieri più difficili. E poi una misura di moralizzazione della vita pubblica: divieto di partecipare a consigli di amministrazione per deputati e dei loro familiari, nonché una revisione del modo in cui sono pagati. Che un po’ di anti casta  non fa male a nessuno di questi tempi. Sulla scuola c’è anche l’impegno a dare più autonomia a scuole e università, può essere un bene o presentare enormi rischi.
Molte delle cose che Macron promette possono essere declinate a destra o a sinistra, molto dipende da come sono scritte le leggi. Certo è che la proposta politica e la figura del presidente Macron, con il faccino pulito, l’immagine giovane e al fatto di essere una figura nuova con una sigla partitica nuova, cambierebbero in profondo la politica francese. Se poi l’opposizione principale fosse Le Pen, si tratterebbe di una specie di terremoto.

 

 

 

Commenti

commenti