Hanno conosciuto solo la guerra. Hanno 6 anni e non hanno vissuto altro. Niente infanzia, niente, spensieratezza, niente sicurezza né protezione. E sono 3,7 milioni. Sono i bambini della Siria nati negli ultimi 6 anni, ovvero da quando è iniziato il conflitto che sta devastando il Paese. Secondo l’allarme lanciato dalla organizzazione umanitaria Save the Children, sono 5,8 milioni i bambini che vivono ancora sotto i bombardamenti e hanno bisogno di aiuti. Di questi, un bimbo su quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale.
Le vittime sono oltre 470.000, 6,3 milioni sono gli sfollati all’interno del Paese, e 4,9 milioni i rifugiati che lo hanno dovuto abbandonare. Tra cui 2,3 milioni di bambini.

Nel suo rapporto Ferite invisibili (Invisible wounds), l’organizzazione ha indagato l’impatto psicologico che la guerra ha e avrà sui bambini, e il quadro che ne emerge è – prevedibilmente – terribile.

L’aumento dell’aggressività nei confronti di familiari e amici è il tratto minimo e praticamente comune a quasi tutti i bambini (l’81 per cento), al quale si aggiungono incubi notturni, autolesionismo e tentativi di suicidio. Sono bambini, e tentano la fuga dalla vita. Molti di loro hanno il terrore di addormentarsi per la paura di non svegliarsi più. «La mancanza di sonno e di riposo è estremamente pericolosa per la salute fisica e mentale dei bambini e può portare a gravi conseguenze di natura psichiatrica nonché a malattie a volte mortali», si legge nel rapporto. Mentre «la metà degli adulti intervistati denuncia che i bambini non riescono più a parlare», spiegano i ricercatori. Alcuni ormai sanno solo gridare. Fanno fatica a respirare e soffrono di paralisi temporanee degli arti. Inoltre, «sono tantissimi i bambini che soffrono di minzione involontaria e di frequente enuresi notturna (lo riferisce il 71% degli adulti)». Basta un colpo di vento che fa sbattere una porta a generare razioni di panico.

Il terrore principale dei bimbi, com’è comprensibile, è di perdere la loro famiglia, di esserne strappati con la violenza. Due bambini su tre dicono di aver perso uno dei loro cari, e molti hanno visto uccidere i propri genitori, familiari, amici. Altri semplicemente sparire nel nulla. Nelle 13 aree assediate sono moltissimi i bambini rimasti soli. Ed è proprio qui che al dramma della solitudine e della guerra, si aggiunge quello dell’assedio: essere irraggiungibili a qualsiasi tipo di aiuto. Niente fame, medicine, e carburante per il riscaldamento.

E ancora: gli adolescenti ormai fanno uso di droghe per affrontare lo stress sono almeno uno su due; le violenze domestiche sono aumentate e il 59% degli intervistati conosce bambini e ragazzi reclutati nei gruppi armati, alcuni anche sotto i 7 anni.

La fine dell’infanzia
Oltre a tutto questo, c’è la necessità di diventare presto adulti, nel solo senso di riuscire a procacciarsi da vivere. Niente scuola, niente riferimenti, e ancora: niente protezione. E’ così che molti piccoli siriani diventano venditori ambulanti nella migliore delle ipotesi. Come sguatteri dei soldati, o reclutati nei gruppi armati, nel peggiore. In violazione delle leggi internazionali sui diritti umani. «La guerra è un business e spesso i gruppi armati sono gli unici che hanno il denaro per pagare», ha spiegato un ragazzino intervistato nel dossier.
Mentre le bambine sono spesso costrette a matrimoni forzati con famiglie ricche dai genitori, che sperano così di offrire loro una via di fuga o sopravvivenza e preservarle da abusi e violenze sessuali. Generando invece spesso tentativi di suicidio.

La perdita del “senso di futuro”
Dall’inizio del conflitto sono oltre 4000 le scuole bombardate, circa due al giorno. Mentre quelle lasciate in piedi sono obiettivi futuri quindi i bambini non possono frequentarle. E sono 150.000 gli insegnanti che hanno lasciato il Paese. Non andare a scuola crea problemi di socializzazione, oltre che di apprendimento: «Ci sono bambini come mio fratello che hanno dimenticato tutto quello che avevano imparato a scuola. Lui non sa più fare neanche due più due. Tanti non sanno riconoscere più neanche le lettere dell’alfabeto. Non vado più a scuola da due anni e ho paura del mio futuro», racconta Zainab, 11 anni, da un campo di sfollati interno alla Siria.

«Questa ricerca dimostra che le conseguenze del conflitto sui bambini siriani sono devastanti», denuncia Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. «Bambini che sognano di morire per poter andare in Paradiso e avere così un posto dove poter mangiare e stare al caldo o che sperano di essere colpiti dai cecchini per arrivare in ospedale e magari poter scappare dalle città assediate. Genitori che preferiscono dare in spose le proprie figlie ancora bambine perché non possono occuparsi di loro, generandone la disperazione che in alcuni casi le porta addirittura al suicidio. Bambini lasciati orfani della guerra che pur di avere qualcosa da mangiare si uniscono ai gruppi armati». Una situazione insostenibile, e soprattutto intollerabile, per Neri: «Non possiamo rimanere a guardare mentre si consuma questa tragedia sulla pelle dei bambini. Devono immediatamente smettere i bombardamenti sui civili e gli aiuti devono raggiungere le popolazioni con particolare attenzione al sostegno psicologico per i più piccoli e vulnerabili».

La mancanza di aiuto e di supporto psicologico
La psichiatria non è vista di buon occhio, in Siria, anzi: la malattia mentale è uno stigma che isola ancora di più i bambini, non garantendogli il supporto medico. Prima della guerra, erano solo due le strutture ospedaliere a garantire supporto psichiatrico su 21 milioni di abitanti. Come si legge nel rapporto, «la guerra ha esacerbato questo gap, in un momento in cui è invece cresciuta la necessità di intervento. Solo il 20% delle strutture sanitarie attualmente funzionanti offrono servizi di salute mentale di base e la richiesta di posti eccede quelli disponibili”. E i pochi fondi a disposizione prediligono altri aspetti, né garantiscono la continuità di cui questi interventi necessitano.

«La continua esposizione ad eventi traumatici e a esperienze negative ha portato la maggior parte dei bambini siriani a vivere una condizione di stress tossico, con conseguenze sul loro stato di salute mentale e fisica, che può interrompere il loro sviluppo», spiega il dg dell’organizzazione. Ma, c’è un ma: «Nonostante la condizione psicologica di questi bambini sia drammatica, sono comunque estremamente resilienti. Non sono ancora desensibilizzati alla violenza e provano ancora emozioni importanti. Non siamo al punto di non ritorno e per questo è fondamentale intervenire subito e restituire loro quella speranza di futuro di cui hanno bisogno. La comunità internazionale deve muoversi subito per mettere fine al conflitto e per supportare questi bambini anche dal punto di vista psicologico, perché è in gioco non solo il presente ma il futuro di un Paese e della generazione che sarà chiamata a ricostruirlo», conclude Valerio Neri.

I bambini in Siria sono soggetti a “torture raccapriccianti, incarcerazioni e rapimenti”: lo denuncia un rapporto di Save the Children, che chiede queste “atrocità” siano meglio documentate dagli organismi dell’Onu. Ciascuno dei bambini intervistato ha assistito all’uccisione di “almeno un familiare”. “Ho visto un bimbo di sei anni. Era quello che torturavano di più. Non gli hanno dato da mangiare e bere per tre giorni. Poi è morto, hanno trattato il cadavere come fosse quello di un cane”, racconta Wael di 16 anni. ANSA / US SAVE THE CHILDREN +++ NO SALES +++ EDITORIAL USE ONLY +++

L’evento “Ferite di Guerra”
Domenica 12 marzo 2017 alle ore 17.30, presso la Galleria Vittorio Emanuele a Milano (lato Silvio Pellico), si terrà l’evento pubblico organizzato da Save the Children, “Ferite di guerra”. Le note del Maestro Giovanni Allevi e le voci degli attori Cesare Bocci e Isabella Ferrari racconteranno la quotidianità che vivono milioni di bambini siriani, ancora oggi intrappolati nelle città assediate o nel limbo dei campi profughi nei Paesi limitrofi. Per accendere ancora una volta i fari su questo incubo inioziato 6 anni fa.

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