Il nuovo ordine esecutivo sull’immigrazione di Donald Trump è pronto, ma la firma non avviene davanti alle telecamere: un tweet, una foto e poi il Segretario alla Giustizia, quello alla Sicurezza nazionale e il Segretario di Stato a presentarlo ai media. Meglio evitare gaffe e tenere un basso profilo, avranno pensato gli strateghi della Casa Bianca dopo il disastro di immagine della volta scorsa.
Dal punto di vista dell’obbiettivo che si pone, il nuovo ordine è brutto quasi come il primo, ma non contiene alcune delle misure più assurde e odiose che quello conteneva. Non è una conversione umanitaria dell’amministrazione ma una correzione di rotta dovuta alla bocciatura del primo da parte di un tribunale federale e di una corte d’appello. Il nuovo ordine firmato dal presidente blocca per 90 giorni gli ingressi negli Stati Uniti di persone provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana: Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen.

Anche i programmi per rifugiati vengono sospesi, ma per 120 giorni: per i siriani in fuga, viene da dire, nessuna solidarietà. E nemmeno per gli yemeniti e i somali, Paesi dove si combatte e dove, in questo preciso momento storico, c’è un drammatico problema di mancanza di cibo. La differenza con il primo, anche in questo caso, è che non discrimina nei confronti dei siriani – che venivano esplicitamente nominati come rifugiati da non accogliere. Ma per non discriminare un gruppo, l’ordine blocca gli ingressi di tutti gli altri.

Oltre che essere pensato per aggirare il genere di problemi legali creato dal precedente, il testo sembra scritto per evitare troppa confusione. Quella che aveva provocato proteste, caos negli aeroporti e forme di discriminazione da parte delle guardie di frontiera. Le tre cose fondamentali scomparse dall’ordine esecutivo sono: non si distingue tra cristiani e musulmani, non c’è una preferenza per persone di una religione piuttosto che un’altra; alle persone con un visto valido emesso prima del 27 gennaio e a quelle con un permesso di lavoro che si trovassero all’estero al momento in cui, il 16 marzo, l’ordine entrerà in vigore, verrà concesso di entrare – un mese fa si prevedeva che anche i possessori di carta verde non venissero riammessi negli Stati Uniti; da ultimo scompare l’Iraq, Paese invaso dagli Usa dove l’esercito iracheno combatte al fianco di militari americani a Mosul contro l’Isis. Negare l’ingresso ai cittadini iracheni, mentre il Paese è alleato a combattere quel terrorismo che l’ordine serve a fermare, era grottesco. E in queste settimane, molti funzionari del Dipartimento di Stato e del Pentagono lo hanno fatto notare.

Evitare la discriminazione tra religioni e non impedire a chi ha già un visto di poter entrare sono tra le cose che fanno scommettere all’amministrazione Trump che l’ordine non verrà giudicato illegale dai tribunali – dove verrà portato dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili, la Aclu, che avviò le prime azioni legali un mese fa, ha già annunciato i ricorsi. Lo spin dei funzionari che lo hanno presentato è: «Questo non è un divieto ai musulmani in qualsiasi modo o forma ma di una sospensione temporanea da Paesi in preda al caos o che sono sponsor del terrorismo». L’idea è quella di evitare casi drammatici come quelli capitati nelle ore successive alla firma del primo ordine esecutivo, che entrava in vigore dalla sera alla mattina, includendo persone e famiglie che erano già in aeroporto o su un aereo e si ritrovavano ad essere respinte senza modo di appellarsi alla decisione delle guardie di frontiera. La possibilità che ci sia un aumento dei comportamenti discriminatori da parte della polizia di frontiera, con un ordine come questo, è più che probabile: già un mese fa, in alcuni scali si era andato oltre il lecito e si erano implementate alcune delle istruzioni di Trump anche nei giorni immediatamente successivi alla bocciatura dei tribunali.

«L’ostinazione del presidente Trump a chiudere le porte in faccia a coloro che fuggono esattamente da quel terrore che lui sostiene di combattere sarà ricordata come uno dei peggiori capitoli della storia degli Usa. L’idea che misure del genere siano prese nell’interesse della sicurezza nazionale non sta né in cielo né in terra – si legge in una dichiarazione del segretario generale di Amnesty International Salil Shetty, che prosegue -. Questo nuovo decreto non fa altro che ristabilire molti dei più detestabili aspetti del precedente, calpesta i valori che gli Usa da tempo dichiarano di sostenere e minaccia di azzerare le speranze di migliaia di rifugiati. L’impianto anti-musulmano che è alla base di questo nuovo decreto dovrebbe apparire evidente a chiunque abbia seguito la lunga campagna di Trump per diffondere la paura tra le persone di fede musulmana».

Resta l’improbabilità di un ordine che punisce persone di sei Paesi come se fossero solo queste che costituiscono un pericolo e come se, anche volendo dare per buona l’idea che i terroristi siano i musulmani – cosa non vera, negli Stati Uniti – non potesse succedere che potenziali terroristi musulmani arrivino anche da Arabia Saudita (come Osama bin Laden), Giordania (come al Zarqawi) o Gran Bretagna. Un documento interno preparato dal’Homeland Security un mese fa segnala come negli ultimi anni, degli 82 attentatori reali o scoperti mentre preparavano attacchi, la metà avessero cittadinanza statunitense e nessuno o quasi venisse dai sei Paesi inclusi nell’elenco. Anche per questo, l’ordine è una pagina oscura: segnala come si tratti di un documento scritto e pensato per mostrare al proprio elettorato azioni risolute e non per reali esigenze legate all’anti terrorismo. E’ poi certo che il nuovo ordine sia un favore all’Isis e a quanti cercano proseliti nei Paesi inclusi nel bando e in Occidente. Come ha detto il senatore democratico Murphy: «Il presidente sta consegnando all’Isis argomenti d’oro per l’opera di reclutamento. Il sogno dei nostri nemici è di dipingere un mondo in cui occidente e Islam sono in guerra. L’ordine conferma questa loro tesi».

Il giudizio politico lo lasciamo a Bernie Sanders: «Chiamiamo l’ordine per quello che è: un tentativo razzista e anti-islamico di dividerci».

 

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