In una lunga intervista pubblicata ieri, giovedì 9 marzo, da Le Monde, Benoit Hamon è tornato a parlare di Europa.

Nell’intervista, il candidato per le elezioni presidenziali francesi del Partito socialista (Ps) inizia da un presupposto fondamentale: «L’Europa di oggi non funziona e non riesce a neutralizzare la forza dirompente della globalizzazione». Le conseguenze si vedono nell’affermazione di forse nazionaliste un po’ ovunque nel Continente. Non c’è spazio per parole leggere: a causa dell’assenza di meccanismi democratici,  l’austerità è il «marchio di fabbrica» di questa Unione europea.

Ma quali potrebbero essere le soluzioni concrete? Nell’elaborazione del suo programma elettorale, Hamon si è appoggiato al consiglio della star dell’economia, Thomas Piketty. Ed è per questo che il socialista ripropone la soluzione evocata qualche settimana fa dall’autore de “Il Capitale nel secolo XXI”:  per l’Eurozona, «serve un’assemblea democratica rappresentativa delle correnti politiche e non degli interessi nazionali». In altri termini, l’Eurogruppo non può continuare a gestire in modo “tecnocratico” decisioni fondamentali. Il discorso di Hamon  e Piketty per certi veri ricorda molto la posizione di un altro “nemico” della Troika: Yanis Varoufakis, il quale fa da del ripristino della trasparenza istituzionale un suo cavallo di battaglia. Sorpattutto da quando ha lasciato l’incarico governativo, nell’estate del 2015.

L’assemblea immaginata da Piketty e Hamon dovrebbe essere composta da «un massimo di 400 deputati nazionali», in funzione del peso demografico ed economico dei Paesi membri. Inoltre questa Camera dovrebbe essere «integrata da un numero (imprecisato) di eurodeputati del Parlamento europeo».

Hamon ha anche affermato di aver «già inviato il suo progetto al presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker», al Commissario agli affari economici, Pierre Moscovici, e ai «principali partiti politici di sinistra d’Europa». Dunque, anche in Italia il dossier dovrebbe essere già in mano a qualche partito del centro sinistra. Quale? Dalle parole di Hamon non è dato saperlo. Ma allo stesso tempo, il candidato socialista vuole «diminuire la pressione della regola del 3 per cento di Maastricht». In questo caso la soluzione proposta è quella di una «deduzione delle spese per la difesa e per la gestione dei migranti». E, se a questo punto potrebbe sembrare che Hamon alluda a una collaborazione con il partito democratico di Renzi, arriva in realtà una stoccata senza appello: quando la sinistra governa su delle basi troppo liberali, va incontro alla sconfitta: «Lo ha dimostrato in ultimo la sconfitta di Renzi».

Oltre agli aspetti economici e istituzionali, Hamon punta sulla sicurezza e sul rinnovamento energetico: spinge per un’Unione europea della difesa in cui la Francia – visto e considerato il suo arsenale atomico – «giochi un ruolo primario» e per un piano di investimenti “verde” di mille miliardi di euro. Il piano Juncker, sarebbe infatti «troppo debole» per stimolare la transizione energetica.

E quando i giornalisti di Le Monde gli ricordano che tra il dire e il fare “c’è la Germania”, Hamon risponde che ha già fissato un appuntamento con Martin Schulz a Berlino per fine marzo. Il socialista si dice sicuro che Schulz voglia stringere un’alleanza con il partito di sinistra, Die Linke. Poi specifica che nel il popolo tedesco ha preso atto della criticità della situazione europea: «Non siamo più nel 2012». Quindi, anche a Berlino, ci sarebbe «voglia di rilanciare il progetto europeo». Le differenze rispetto a Mélenchon e Macron? Il primo «mette l’asticella troppo in alto» quando parla di un’uscita dall’Ue. Il secondo, rappresenterebbe “semplicemente” «la continuazione dell’Europa che conosciamo già».

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