Prova a spillare una mancia a qualche riccone, fa “beneficenza” ad alcuni poveri, e intanto taglia i fondi per il sociale. Così, in continuità con il governo Renzi da cui queste misure sono ereditate, anche la gestione Gentiloni di assicurare diritti e rimuovere disuguaglianze non discute, mentre propone ai Paperoni stranieri di stabilire la residenza in Italia in cambio di una tassazione definita “flat” e celebra come “misura universale” una forma parziale di sostegno al 30% degli italiani che vivono in povertà assoluta, come la definisce l’Istat.

La tassa fissa per i Paperoni
Ma mettiamo in fila i fatti. Per attrarre in Italia i milionari stranieri presumibilmente in fuga dal Regno Unito dopo Brexit, gli si propone di prendere la residenza da noi facendogli pagare per 15 anni non una aliquota unica in base al loro reddito (in questo caso si tratterebbe di vera flat tax) ma una somma prestabilita e uguale per tutti a prescindere da quanto siano ricchi e da quanto guadagnino. Versando 100mila euro l’anno sui redditi prodotti all’estero (su quelli prodotti in Italia si applica invece la tassazione “ordinaria”) possono avere la residenza e auspicabilmente fare un po’ di shopping a Borsa Milano e nel made in Italy. Viene da domandarsi, dunque, cosa ne pensi non tanto il contribuente medio tassato al 27% ma piuttosto il multimilionario italiano che magari vede arrivare come vicino di casa un imprenditore straniero concorrente, il quale per le attività all’estero paga soltanto 100mila euro mentre lui, il collega italiano con attività nel nostro Paese, paga l’aliquota massima del 43% prevista per chi ha redditi superiori ai 75mila euro. A parte i dubbi di costituzionalità e il criterio di progressività che ne esce quantomeno ammaccato, basta considerare l’entità degli introiti attesi per comprendere le ricadute risibili della misura: le stime più ottimistiche parlano di 100 milioni di euro ma probabilmente non si andrà oltre i 70, mentre ad esempio se si facessero pagare le tasse ai big della Rete e dell’economia digitale parleremmo di decine di miliardi in arrivo.

Il reddito d’inclusione
Fino a qui, il nostro consueto essere deboli con i forti. Vediamo ora cosa mettiamo in campo con e per i deboli. Partiamo dall’ultima misura approvata ieri al Senato e annunciata con rullo di tamburi, il cosiddetto Rei, reddito di inclusione legato al tanto atteso disegno di legge delega di contrasto alla povertà (ora mancano i decreti attuativi, che dovrebbero consentire alla misura di essere operativa entro settembre). Il Rei viene riconosciuto in base all’Isee e i beneficiari aderiscono a un progetto individualizzato composto da sostegno economico, erogato attraverso la social card, e servizi alla persona in cambio dell’impegno alla “buona condotta” e ad accettare eventuali proposte di lavoro che dovessero giungere dai centri per l’impiego.
Per quest’anno i fondi stanziati, e cioè un miliardo di euro più 600 milioni legati al riordino di misure già esistenti e presunte “risorse europee” per 400 milioni evocate dal ministro Poletti, riescono ad assicurare il sostegno – da 250 a 480 euro ogni mese – a meno di un terzo dei 4,6 milioni di persone che vivono in povertà assoluta, circa 400mila famiglie (senza voler considerare gli 8,3 milioni di persone in povertà relativa). Intorno ai 2 milioni anche lo stanziamento per il 2018, quando dovrebbe partire una progressiva estensione del Rei. Il decreto attuativo atteso a giorni stabilirà qual è la soglia di reddito che dà diritto al contributo, ma è evidente che questi 1,77 milioni di nostri concittadini e di stranieri residenti da un certo periodo (ancora non definito: Poletti parla di “almeno 5 anni”), da un lato riceveranno l’assegno e dall’altro vedranno ridotte molte prestazioni alle quali prima avevano acceso gratuitamente o in forma agevolata, e questi tagli varranno anche per gli altri 2,9 milioni di persone in povertà assoluta che però non hanno diritto all’assegno mensile.

I tagli al sociale
Di cosa stiamo parlando? Dei 213 milioni tagliati al Fondo per le politiche sociali, che perde due terzi della dotazione passando da 313 a 99,7 milioni: un colpo d’ascia (siamo al 5% della dotazione del 2004) che fa presagire, ad esempio, tagli all’assistenza domiciliare, agli asili nido e ai centri antiviolenza. Sono 50 invece i milioni di euro decurtati al Fondo per le non autosufficienze: disabili gravissimi e anziani indigenti vedranno ridotti i servizi erogati. Se il governo non interviene, il fondo ora conterà sui 450 milioni fissati in legge di Bilancio, perché la Conferenza Stato-Regioni ha fatto saltare l’ulteriore stanziamento di 50 milioni previsto il mese scorso con il decreto legge sul Sud.
Insomma, come Left ha più volte ribadito, siamo ancora lontani da forme di reddito minimo: il Rei è una necessaria ma insufficiente misura di sostegno alle fasce più povere della popolazione, e si fonda sulla estensione di uno strumento preesistente, il cosiddetto Sia, il sostegno di inclusione attiva erogato attraverso la carta acquisti prepagata eredità della social card di Tremonti. Nulla di universale e nulla di particolarmente innovativo rispetto all’impegno ad accettare proposte di lavoro che magari arrivassero. Ancora una volta un approccio che – com’è accaduto con i vari bonus e i condoni renziani – piuttosto che sul riconoscimento di diritti di base per tutti e sulla giustizia redistributiva, è fondato sulle strizzate d’occhio in tema di tasse e sulla “carità” ai più poveri, e nemmeno a tutti. Ancora una volta, una politica debole coi super-ricchi e debolissima, quasi inconsistente con i poveri.

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