Trentenne, come molti della sua generazione, sa che il lavoro a tempo indeterminato è un miraggio. Si consola pensando che almeno fa ciò che gli piace. Rimandando altri pensieri. Finché un giorno mentre fa jogging, si sente male, ha una crisi di panico. Che lo costringe a guardarsi dentro, scoprendo quel vuoto che per anni non aveva voluto vedere. Comincia così un’inchiesta su se stesso, ma anche generazionale, in un confronto serrato con la generazione che l’ha preceduto, quella dei genitori, che hanno fatto il 1977.
Tommaso ha ancora nelle ossa l’umidità di quella giornata e il nervosismo del padre che, in fuga verso la Francia, lo consegnava alla zia, sorella della madre, in una Milano grigia e piovosa. Dopo l’attentato nel quartiere Tuscolano di Roma, la pazza corsa verso Nord. Poi oltre frontiera: Parigi, Bordeaux. Ripercorrendo queste tappe, il protagonista de Il senso della lotta (Fandango) comincia a dipanare il filo di una doppia ricerca su se stesso e su Michele Musso e Alice Rosato, i suoi genitori, terroristi, ufficialmente morti. Ma non si limita a ricostruire una storia, la passa al vaglio, e interroga corrosivamente tutti i miti di quella stagione in qui la prassi politica passava davanti a tutto come una fede. «Non c’era spazio per una vita interiore». E le belle parole dell’impegno, della lotta di classe, diventavano solo parole. Mentre lo scontro politico diventava lotta armata. Parlerà anche di questo sabato 18 marzo, Nicola Ravera Rafele presentando il suo nuovo romanzo Il senso della lotta a Roma nell’ambito del festival Libri Come all’Auditorium Parco della musica, dialogando con Giancarlo De Cataldo.
Oltre a smascherare certi miti di sinistra del ’68 e del ’77, Ravera Rafele, con questo libro,  mette alla prova nuovi modi di pensare a sinistra, attraverso il suo protagonista. «Anche perché Tommaso è uno che a 38 anni decide di tirare su la testa», dice lo scrittore. «Come generazione siamo stati un po’ bistrattati; siamo quelli “che venivano dopo” e che non avevano granché da dire. Io ho la netta sensazione che non sia poi così vero. Vedo che i miei coetanei si fanno un gran mazzo, vedo una generazione molto seria, concentrata, lavoratrice, che non si fa illusioni». Una generazione che nella seconda metà degli anni Novanata stava  provando a trovare delle parole nuove, di sinistra.« Tutto il percorso fino a Genova andava in quella direzione cercavamo un nostro vocabolario che non fosse la ripetizione di stilemi ideologici degli anni  Settanta. Ma sappiamo cosa è accaduto al G8 di Genova, quello sparo e i pestaggi alla Diaz. Dai cocci della vecchia sinistra sono nati il movimento Occupy Oltreoceano e Podemos in Spagna. Noi siamo ancora a leccarci le ferite. A ripensarci oggi fa impressione –  fa notare lo scrittore – .Il movimento No global diceva alcune cose che si sono rivelate non solo giuste, ma ovvie. Dire “se continuiamo con questa speculazione fra un po’ ci sarà un crollo” non era essere rivoluzionari, ma solo essere persone di buon senso, i fatti lo hanno dimostrato».
Un’ampia intervista a Ravere Rafele su Left in edicola

Ne parliamo sul numero di Left in edicola

 

SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti