L’idea del decreto c’è, perché vero è l’obiettivo del governo di sminare i referendum sul lavoro promossi dalla Cgil, anche se a Palazzo Chigi scommettono sul mancato raggiungimento del quorum, reso già più complicato dalla scelta di non accorpare la consultazione, convocata per il 28 maggio, con le amministrative. Ma è sempre meglio esser sicuri.

L’idea dunque c’è, ma non c’è ancora l’intesa con tutta la maggioranza, con un pezzo del Pd e con gli alfaniani ancora convinti che sarebbe meglio non cedere e giocarsela alle urne («Soprattutto se il prezzo per evitare il referendum è di fatto abrogare i voucher», dice ad esempio Maurizio Sacconi, «molto meglio andare a vedere cosa diranno i cittadini». Per questo Giuliano Poletti dice che sul decreto «non sono previste dichiarazioni», oggi, e, prendendo tempo, lascia così spazio alle reazioni. Che comunque ci sono, visto che la strada sembra sempre più segnata.

E Susanna Camusso per la Cgil non può così che ribadire una posizione che è molto chiara, e rigetta la palla al governo e al Parlamento, dicendo che ogni valutazione del sindacato sarà fatta solo ad approvazione definitiva di una nuova legge e che la disponibilità a disinnescare il referendum ci sarà solo se pienamente soddisfatti. «I confronti», dice Camusso, «sono sempre i benvenuti ma il nostro giudizio arriverà solo alla fine, dopo che l’eventuale decreto legge sarà stato convertito dal Parlamento: non prima perché una legge convertita è il frutto di un dibattito parlamentare. E se poi lo cambiano?». «Il referendum», continua la leader Cgil, ricordando che comunque la decisione spetterà al comitato promotore, «è superabile solo a fronte di una legge già approvata. Siamo disponibili a ragionare sulla loro permanenza se i voucher riguarderanno solo le famiglie e non già la pubblica amministrazione e le imprese».

In quel caso, in effetti il successo sarebbe nei fatti, riconducendo i voucher in un perimetro persino più stretto della loro prima applicazione con ministro Cesare Damiano. Non è l’abolizione, ma spingerebbe comunque le imprese verso l’uso del lavoro a chiamata – obiettivo finale – che è un contratto vero e proprio per il lavoro occasionale, già esistente, con più tutele e limiti più definiti (400 giorni di impiego nell’arco di tre anni, ad esempio).

Si potrebbe considerare una vittoria, dunque, con il solo problema che non è quella l’ipotesi su cui sembrano orientarsi governo e maggioranza, più inclini a mantenere i bonus lavoro anche per le imprese più piccole, seppur con soglie più basse, pare a 3mila euro all’anno (e in questo caso in molti nel Pd hanno già annunciato che voteranno Sì con la Cgil, come lo stesso Damiano). E quello sì che sarebbe una beffa, perché, come ricorda la capogruppo di Sinistra italiana al senato, Loredana De Petris, «il solo modo per evitare il referendum è una legge che recepisca le richieste del comitato promotore senza cercare di truccare le carte».

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