“Brexit”, “Nexit” e “Frexit”: nel corso degli ultimi anni si è parlato molto del rischio di disintegrazione europea causato dalla fuoriuscita di Stati membri – appunto, Regno Unito, Paesi Bassi e Francia – dall’Unione stessa.

Eppure, le notizie degli ultimi giorni dovrebbero far emergere anche un’altra tendenza, esattamente opposta: l’aumento del rischio di disintegrazione per gli Stati membri che decidono di uscire dall’Ue.

L’esempio più lampante in questo senso è proprio quello del Regno Unito. Se Nicola Sturgeon, il Primo ministro scozzese, ha ufficialmente aperto un dibattito parlamentare per fissare la data per un secondo referendum di indipendenza, anche le altre amministrazioni devolute hanno lanciato segnali importanti a Theresa May.

Come scrive Tom Batchelor su The Independent, l’iniziativa scozzese ha scatenato immediatamente una reazione, non tanto a Westminster e Downing Street – in fin dei conti scontata -, quanto proprio in Irlanda del Nord e nel Galles.

Nella prima “regione”, la leader del Sinn Fein, Michelle O’Neill ha detto che ai cittadini dell’Irlanda del Nord andrebbe offerta, tramite referendum, la possibilità di riunirsi con i propri “fratelli” dell’Eire.

Nel Galles invece, ci ha pensato la leder del Plaid Cymru, Leanne Wood, ha infilare il dito nella piaga: «Un’indipendenza scozzese provocherebbe la fine del Regno Unito». Lungi dall’essere un richiamo all’ordine per Edimburgo, Wood ha aggiunto: «In una situazione del genere, il Galles dovrebbe decidere cosa fare del proprio futuro».

In un certo senso è come se l’appartenenza all’Ue diventasse un’arma in mano agli esecutivi regionali per alimentare uno scontro tutto interno ai singoli Paesi. Lo stesso prova a fare in fondo la Catalogna, quando dice che non vuole far parte della Spagna, bensì dell’Unione europea.

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