Lo scorso mese Amnesty International ha diffuso un rapporto che parlava di esecuzioni extra-giudiziali nelle carceri di Assad. Nelle stesse carceri si consumano e si sono consumate per decenni torture e maltrattamenti di ogni tipo. In questi anni abbiamo avuto anche notizia e molte conferme – ma possiamo dire non certezza – di un uso indiscriminato di armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali.

Una cosa la sappiamo di certo: la Siria prima della guerra non era un Paese dove le persone godessero di diritti civili e democratici, l’apparato di sicurezza e controllo era enorme. La rivolta cominciata sull’onda delle cosiddette primavere arabe nel gennaio 2011 èha preso vita per quelle ragioni. Grandi manifestazioni pacifiche represse nel sangue hanno determinato l’inizio della guerra civile. Certo, nella protesta c’era anche la mano della Fratellanza musulmana. Del resto, in larga parte del Medio Oriente l’assenza di partecipazione politica ha reso la religione uno dei luoghi del dissenso. Ma questo non è un trattatello sulla guerra siriana e neppure sul fallimento delle primavere arabe, strette tra la voglia di milioni di giovani urbani di esserci e la forza dei partiti religiosi (più o meno moderati) di cacciare regimi che li tenevano alla larga dal potere nonostante i consensi interni.

Qui parliamo di un’incredibile intervista, pubblicata dal quotidiano dei vescovi Avvenire e da Il Fatto Quotidiano, firmata dal vicedirettore Feltri, quattro articoli sulla Siria in un anno, e diffusa dal TG1, al dittatore siriano Bashar al Assad, al potere dal 2001, dopo essere subentrato a 30 anni di dittatura di suo padre. Nella lunga intervista (identica) pubblicata dai due quotidiani, che accompagnavano una delegazione parlamentare che di propria iniziativa visitava Damasco – tra i promotori Stefano Maullu di Forza Italia e Fabio Massimo Castaldo dei Cinque Stelle, di cui sarebbe interessante conoscere le posizioni in materia -, Assad spiega che gli europei hanno aiutato i terroristi, che la Russia ha sconfitto l’Isis – più o meno unica forza in campo – e spiega che in Francia c’è wahabismo diffuso per colpa dell’eccesso di tolleranza e che di diritti umani e politica si parla dopo la guerra.

Su il Fatto l’intervista con cui si apre il giornale è accompagnata da poche righe del rapporto Unicef che ci ricorda come i bambini siano la vittima principale di questa guerra sporca – bambini, sia chiaro, uccisi da Assad, dai russi, da al Qaeda, dall’Isis, dai ribelli laici e forse anche dai curdi, che sono i più simpatici della partita. Poi c’è un ritrattino di Assad, sempre chiamato con deferenza presidente. Sul sito del quotidiano diretto da Marco Travaglio c’è anche un resoconto della visita e, con diverse ore di ritardo, è comparso anche un ritratto più feroce (segno che qualcuno ha fatto notare che il modo di presentare l’intervista era imbarazzante). L’intervista del Tg1 è leggermente più “cattiva”: due domande in cui gli si chiede conto del parere Onu (“Dopo la caduta dell’Urss, Usa, Francia e Gran Bretagna, hanno usato l’Onu per affermare i propri interessi e rovesciare i Governi che non si allineavano ad essi” è la risposta).

Peggio di tutti fa il quotidiano dei vescovi, che talvolta si lamenta del massacro dei cristiani – avvenuto per mano Isis – ma poi su Assad commenta: «Ong, organizzazioni umanitarie, l’Onu, nazioni politicamente rivali e altri soggetti accusano Bashar al-Assad di crimini atroci. Bombe sui civili, massacri nelle carceri, stupri di massa, pulizia etnica… (…) Scoprire ora, negli anni di una guerra civile in cui nessuno si è risparmiato quanto a crudeltà, che la Siria non è, quanto a sistema politico, un modello di democrazia ma un regime, è un esercizio futile e spesso ipocrita. Non è quindi sorprendente che lo stesso Assad sorvoli sul tema dei diritti umani». Di converso, e adottando gli stessi criteri, si potrebbe decidere che indignarsi per il fatto che l’Isis non rispetti i diritti umani dei cristiani è ipocrita. A noi però pare che i crimini degli uni e degli altri, anche se in guerra, sono orribili.

L’Isis ci fa orrore, così come ci paiono orrende le carceri di Assad. La pietà cristiana riguarda gli esseri umani, non i cristiani o i musulmani o gli ebrei. Credevamo. E ritenevamo anche che il pacifismo non valesse solo a tratti – quando Bush bombarda i cristiani iracheni alleati di Saddam tramite Tareq Aziz sì, quando i cristiani sono le vittime dei tagliagole no. Era orrenda Abu Ghraib, è orrenda Guantanamo, lo sono gli occhi chiusi occidentali di fronte a quanto accade in Yemen per mano saudita. E le denunce delle organizzazioni internazionali come Amnesty, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere hanno riguardato ciascuno di quei casi. E oggi la Siria.

Sui social network ci accusano spesso di essere pagati da George Soros, nemico di Putin, di Assad e noto finanziatore dell’invasione dei rifugiati siriani – a sua volta voluta, che te lo dico a fare, da Obama. È probabile quindi che non abbiamo diritto di parola sulla vicenda. Siamo ipocriti anche noi. Ma nell’era delle bufale e della necessità di produrre informazione rigorosa, specie di fronte a crisi drammatiche come quella siriana, ci pare proprio che Avvenire, il Fatto e il Tg1 si siano prestati a fare da portavoce a un dittatore sanguinario. E, nel caso del quotidiano della Cei, anche peggio: con il commentino si mettono le mani avanti: “Sì, abbiamo intervistato un macellaio, e allora?”.

L’intervista appare come una parte dell’offensiva diplomatica per riammettere Assad nel consesso civile, per farci ri-abituare alla sua presenza. Un po’ come è capitato con l’amico al Sisi in Egitto e un tempo capitava con Gheddafi e le gheddafine che distribuivano il Corano. Ora, la geopolitica e gli equilibri regionali sono una cosa seria e può darsi che sia interesse dell’Italia, della Chiesa e di tutti che Assad, a questo punto, resti in sella. Ed è anche possibile che i nostri interessi nella regione coincidano in parte con quelli russi. È roba da diplomazie però, non per giornali.

L’informazione serve ad altro, a raccontare, far capire, provare a spiegare, leggere, fornire elementi di giudizio. È una cosa seria, l’informazione. Dare un microfono in mano a un dittatore per consentirgli di dare la sua versione dei fatti senza raccontarne altri (o addirittura accusare Onu, Ong e organizzazioni internazionali di ipocrisia), non è informazione ma propaganda. In questo caso propaganda al servizio di un regime sanguinario.

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