Facile in questo momento fare dell’ironia sul blog di Beppe Grillo che non sarebbe gestito da Beppe Grillo. Appena pubblicata la memoria difensiva depositata dal “garante” dei Cinque Stelle per la causa intentatagli dal Pd nel 2016 – nella quale declina ogni responsabilità e titolarità di qualsiasi portale o profilo che porta il suo nome – il web, con la schiera di parlamentari Pd in testa, si è scatenato.«Ha un blog a sua insaputa», ha commentato Debora Serracchiani. Difficile resistere, in effetti, alla tentazione di evidenziare le contraddizioni. Immaginiamo come si sarebbe scatenato il comico Grillo se fosse accaduto il contrario, ovvero se fosse stato lui a ricevere un testo in cui, mettiamo, Renzi si fosse giustificato per qualche sua uscita sfortunata, adducendo come motivazione: «Non ho scritto io i miei discorsi». Così come è difficile prendere sul serio una spiegazione che, va detto, suscita inevitabilmente ilarità.

 


Oggi con un post a sua firma su quello stesso blog, Grillo (o chi per lui) corregge il tiro, spiegando che sul sito ci scrive un po’ chiunque («persone che gratuitamente offrono contributi per il Blog»), e che «i post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce». Gli altri, quelli non firmati, come quello oggetto della querela, «non sono direttamente riconducibile al sottoscritto». Ma a chi sono riconducibili allora quegli scritti? 

Al di là delle accuse di sdoppiamento di personalità rivolte al leader, la questione è seria. Perché riguarda ancora una volta l’assunzione di responsabilità in merito ai contenuti del blog.

Non è tanto la responsabilità legale che ci sta a cuore in questa sede: sappiamo che è riconducibile al signor Emanuele Bottaro, titolare del dominio, alla Casaleggio Associati, società che gestisce il portale, così come, spiace dirlo, a Grillo stesso, come scritto nello Statuto dell’Associazione: «Spetta al signor Giuseppe Grillo la titolarità e gestione della pagina www.beppegrillo.it», e sul blog medesimo, «titolare del trattamento ai sensi della normativa vigente».

Ma è sulla responsabilità morale che pende come un macigno quella mancanza di trasparenza che spesso il guru e comico Grillo imputa agli altri e alla politica. Chi scrive i post che spesso dettano la linea a quella che potrebbe presto rivelarsi la prima forza politica del Paese? E quelli che condannano attivisti, espellono eletti, censurano autonomie? Chi li autorizza?
Anche in merito ai post firmati ci sarebbe qualcosa da ridire: non trattandosi di un giornale ma di un organo di comunicazione – pur se sui generis – di un partito, chi e in base a quale filiera decisionale decide di dare l’accesso e il diritto di parola a un attivista o a un eletto anziché a un altro, dando vita a un’indubbia sproporzione di visibilità?

Il capo politico – come da sua definizione, è bene ricordarlo – di questo “Non-partito” dice di non avere «alcun potere di direzione né di controllo sul blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». Non è responsabile in alcun modo (non «gestisce», non «modera», non «dirige») delle opinioni che essendo pubblicate sul suo sito, hanno forza di indirizzo politico. È il blog a promuovere (come specificato dal “non-Statuto”, all’articolo 4) la sensibilizzazione sociale, culturale e politica a cui si rifà il www.movimento5stelle.it. Grillo ha quindi una non-responsabilità.

Benissimo. Prendiamo atto dell’ulteriore passo indietro del leader rispetto al Movimento (dopo aver tolto solo formalmente il suo nome dal simbolo), ma al di là delle pur interessanti diatribe sull’intestazione dei domini (toglierà il suo nome anche dal sito?), resta un punto sul quale il “Movimento della Trasparenza” dovrebbe essere disposto a fare – e pretendere – chiarezza: l’identità dei propri vertici e di chi assume decisioni politiche e di orientamento politico.

Su questa questione i cosiddetti dissidenti hanno più volte cercato di strappare delle risposte. Se non è Grillo, chi è questo benedetto e misterioso staff?

I post sono spesso violenti, giudicano senza possibilità di replica, e danno visibilità (negativa o positiva) in maniera arbitraria ad alcune questioni locali ignorandone altre. Sono commissionati in base a una sorta di “piano editoriale” politico? Sappiamo per certo da fonti interne che non tutti possono semplicemente mandare “un pezzo” via mail allo staff con richiesta di pubblicazione. Chi decide dunque e in base a quali criteri? Sarebbe “trasparente” e soprattutto “onesto” che si conoscesse nome e cognome di chi assume queste decisioni e in base a quali criteri le o gli sia stato affidato questo ruolo. Soprattutto per una forza che si candida a governare il Paese nel nome del cambiamento.

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