È diventata un cult, una delle artiste più amate della fotografia. Come dimostrano anche le numerosissime mostre che le vengono dedicate in Italia. Quella che ha debuttato a Milano – Vivian Maier, una fotografa ritrovata – approda ora al Museo di Roma in Trastevere, squadernando 120 fotografie di Vivian Maier in uno spazio sensazionale come questo museo che si apre su un chiostro con giardino, nel cuore di Trastevere. La luce che inonda gli scatti di Maier attraverso le ampie vetrate incornicia e rende unico ogni singolo momento della sua visione, acuta, attenta, pronta a cogliere quegli attimi imprevedibili in cui, per strada, si rivela cosa davvero pensa una persona, chi è davvero al di là delle apparenze e degli abiti. Sono immagini silenziose che dicono più di molte parole.

Nel cogliere la cura con cui si è vestita una signora di colore, riuscendo a portare in primo piano la forza di quello sguardo timido e dolce, Maier racconta l’America in cui ha vissuto quella persona che incontriamo nei vividi ritratti che sfilano nel museo romano. Emerge così uno straordinario racconto delle metropoli statunitensi novecentesche dove le divisioni di classe erano e sono nettissime. Da un lato le bianche in pelliccia, tacchi e velina ad imitare le dive sui macchinoni, dall’altra i bambini neri, scalzi e scarmigliati, che guardano l’obiettivo con occhi grandissimi. Con un colpo d’occhio di borghesi con il cappello che, in fila leggono il giornale, Maier ci dice moltissimo dei valori wasp, dei bianchi americani ligi al mito del self made man ma pronti a serrare le file se i neri o altre minoranze tentano la scalata sociale. Eppure Vivian Maier non era una sociologa, né un’artista a tempo pieno. La maggior parte del suo tempo era occupato dal suo lavoro di bambinaia.

Vivian Maier, New York, 1953.

Il suo talento è stato scoperto solo alla sua morte, avvenuta nel 2009, all’età di 83 anni. Tre giorni prima della sua scomparsa un 28enne agente immobiliare di Chicago, John Maloof si mette a esaminare i negativi comprati per 400 dollari a un’asta di quartiere. In mezzo a quelle centinaia di pellicole compare d’un tratto quel nome: Vivian Maier. Gli scatti in bianco e nero (poi arriveranno quelle a colori a cui nella mostra Vivian Maier una fotografa ritrovata, dedica un’ampia e interessante sezione), rappresentano momenti di vita nelle strade  di Chicago, New York, Manila, Bangkok, Pechino.

Vivian maier New York, 1954.

Maloof  si è imbattuto in quella strepitosa scoperta andando alla ricerca di materiale fotografico per un libro sul quartiere, e quei rullini dati pegno a un commerciante per un conto non saldato furono per lui la scoperta di un tesoro. «All’inizio non me ne ero reso conto – racconta nel documentario  dedicato a Maier -. Capivo che quelle foto erano speciali ma non immaginavo di aver scoperto un pezzo di storia della fotografia del Novecento».
Ma decide di pubblicarle su Flickr. Nel giro di poche settimane fioriscono centinaia di commenti, gli esperti  lo tempestano di domande sull’autore delle foto, ma l’unica cosa che lui sa è quel che c’è scritto sul necrologio di Vivian Maier.  Tali John, Lane e Matthew Gensburg piangevano la morte di Maier “una seconda madre”.

Vivian Maier, senza titolo e data

Comincia così la ricerca di Maloof, che alla fine trova quegli ex bambini ora adulti che gli raccontano di Vivian nata a New York nel 1926 ma cresciuta in Francia fino ai 25 anni. Emerge il ritratto di una donna riservata, che usava la sua Brownie (poi passerà alla Leica) come strumento di rapporto tra lei e il mondo. «Non ha mai stampato i 100mila negativi accumulati in 60 anni di scatti: le foto erano solo un modo per comunicare con gli altri», spiega Maloof, che dal 2007 è diventato il paladino e il primo divulgatore dell’opera della bambinaia franco-americana, come si racconta nel film Alla ricerca di Vivian Maier (Feltrinelli Real Cinema) . La mostra, Vivian Maier, una fotografa ritrovata, curata da Anne Morin e Alessandra Mauro è accompagnata da un catalogo Contrasto e resta aperta al Museo di Trastevere fino al 18 giugno.

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