I migliori sono quelli che ora si lamentano: «senza voucher dovrò far lavorare la colf in nero». Ma un contratto, dico io, proprio no, ci avete mai pensato? Si può fare anche per poche ore a settimana, vi assicuro, e costa poco, perché – giuro – i contributi, già bassi di loro, sono in proporzione alle ore lavorate, così come la tredicesima. Però la lavoratrice o il lavoratore hanno alcuni diritti, come la malattia e le ferie, o il permesso di soggiorno.

Ora: so che molti lavoratori (in questo caso datori di lavoro domestico) quei diritti purtroppo non li hanno più, partite IVA, precari, imprenditori di se stessi. Ma, se potete permettervi qualcuno che faccia le pulizie al posto vostro, due tre quattro o trenta ore a settimana non importa, vi assicuro che con poco sforzo potete fare le cose per bene. Senza voucher. E parlar male dei vostri committenti, poi, con molta ma molta più coerenza.

Mi allargo, ma la dico così: il mercato del lavoro dipende anche da noi, dalle nostre abitudini, dalle nostre scelte. E, così come un po’ più di timidezza negli acquisti online e su alcune note app può arginare la dilagante economia dei lavoretti e la crisi di artigianato e commercio al dettaglio, così come dove e quando facciamo la spesa (la domenica? la notte? al mercato o in un centro commerciale?) spinge in un senso o nell’altro persino l’urbanistica, un contratto domestico avrebbe magari salvato i voucher nella dimensione in cui sarebbero potuti persino servire, tipo quella indicata da Cesare Damiano, per retribuire prestazioni veramente occasionali a vantaggio delle famiglie, tipo la baby sitter che viene una volta ogni tanto o il tuttofare che ridipinge una grata… no, il fabbro no, e neanche l’idraulico: quelli hanno, o dovrebbero avere, la partita Iva.

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