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«Siamo qui per rispondere a due domande» ha detto Yanis Varoufakis presentando “Il tempo del Coraggio” al teatro Italia di Roma. «La prima domanda è “Cosa bisogna fare?”. La seconda: “Come si può fare?”». La risposta è contenuta nello European New Deal di DiEM25: un’agenda politica innovativa «in grado di salvare l’Europa e, cosa ancora più importante, in grado di rendere l’Europa meritevole di essere salvata». È proprio per uscire dalla narrazione – imposta dall’alto – di una auterity che non ha alternative, che l’incontro di Roma, al termine di una lunga e difficile giornata, ha messo in fila una serie di misure in grado di dimostrare «come la crisi economica e sociale europea, inclusa quella dell’euro, potrebbe essere stabilizzata subito, riducendo le disuguaglianze e democratizzando la politica economica. Vediamo, in sintesi alcune delle misure del New deal europeo presentate all’assemblea di DiEM25 e contenute del libro di Lorenzo Marsili e Yanis Varoufakis “Il terzo spazio. oltre establishment e populismo”, edito da Laterza.

Investimenti green. L’obiettivo, spiegano Varoufakis e Marsili, è «aumentare la produttività verde in tutti i settori in ogni parte d’Europa». In tutto il continente i risparmi aumentano e gli investimenti nell’economia reale sono troppo bassi, e questo causa stagnazione e disoccupazione. Come sbloccarli? Si potrebbe partire dai 60-80 miliardi che mensilmente la Bce immette nel sistema finanziario e “dirottarli” per garantire l’acquisto di obbligazioni speciali, con interessi prossimi allo zero, al servizio di un piano di riconversione ecologica dell’economia basato su efficienza energetica e rinnovabili, agricoltura sostenibile, riciclo e riuso. E «dovrebbero essere dei comitati ad hoc, composti in parte da politici locali, in parte da esperti, in parte da cittadini del territorio, a valutare la sostenibilità e la desiderabilità dei progetti presentati, privilegiando così indirettamente progetti diffusi e capillari rispetto a grandi opere».

Contro la povertà. «Dobbiamo garantire che tutti gli europei possano godere del diritto ai servizi e beni essenziali (cibo, alloggio, trasporto, energia), a un lavoro pagato, all’accesso all’edilizia popolare, a educazione e sanità di alta qualità e a un ambiente sostenibile in cui vivere» dicono Varoufakis e Marsili nel loro libro, mettendo dunque al centro un Programma di Solidarietà Sociale europeo sulla falsariga dei food stamps americani. Basterebbe, ad esempio, che i profitti sui coupon del debito pubblico dei vari Paesi dell’Eurozona acquistati dalla Bce con il programma di quantitative easing venissero usati per finanziare un fondo di emergenza per un piano contro la povertà. Ogni mese, i più poveri fra gli europei «troverebbero un assegno nella posta firmato dal presidente della Banca centrale europea, proprio come avviene negli Usa».

Edilizia sociale. L’accesso all’abitazione, stando al New deal europeo di DiEM25, va invece garantito con un programma di edilizia sociale pubblica e proteggendo i proprietari di casa nel caso non riescano a far fronte alle rate del mutuo «permettendogli di rimanere nella propria abitazione a fronte di un canone concordato e deciso a livello locale».

Lavoro. Lavori nel settore pubblico e non-profit gestiti a livello locale, pagati il necessario per vivere dignitosamente. Si lavora 4 giorni a settimana «per lasciare tempo libero per la crescita personale, la ricerca di lavoro e per iniziare a rendere standard la settimana corta» spiegano gli autori. Questo produrrebbe un miglioramento dell’economia e di conseguenza la possibilità di trovare lavori più appaganti nel settore privato.

Tasse. Ma come si sostengono queste misure? La risposta di DiEM25 è, intanto, che quando ha voluto l’Europa le risorse le ha trovate (vedi il salvataggio delle banche) e poi che una “carbon tax” sulle attività più inquinanti favorirebbe la conversione ecologica e sposterebbe risorse su un piano straordinario di garanzia del lavoro. Altra proposta è quella di depositare una quota di ogni Opa in un fondo comune a controllo pubblico, con una crescente partecipazione azionaria nelle aziende più innovative. I dividendi rappresenterebbero la base per un dividendo di base universale: parte dei profitti tornerebbero così alla collettività. Altra proposta è una tassa sul valore di mercato del terreno utilizzato dalle grandi aziende (non agricole) inversamente proporzionale al numero dei lavoratori utilizzati. In altre parole, paga più tasse chi crea meno occupazione in relazione al suolo che “consuma”, come le imprese che fanno – e faranno sempre più – ricorso ai robot e all’intelligenza artificiale.

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