Ci siamo: ieri Theresa May ha firmato la lettera che segnala all’Unione europea l’intenzione di far scattare l’articolo 50 dei Trattati, la lettera è stata consegnata a Donald Tusk e, dopo una non cerimonia (che vedete qui sotto), la Brexit è cosa fatta. O meglio, comincia una lunga partita a scacchi nella quale Londra e Bruxelles – ma anche le 27 capitali, ciascuna con un suo punto di vista – cercano di portare a casa la migliore delle Brexit possibili. Non ci sono precedenti di uscite dall’Unione, che fino agli anni 90 è anzi stata una calamita, e, dunque, non abbiamo precedenti con cui fare paragoni.

Theresa May ha parlato ai Comuni, spiegando che al tavolo dei negoziati si sforzerà di rappresentare tutti i cittadini britannici, delle città e delle campagne, i favorevoli e i contrari e anche «quegli europei che hanno fatto del Paese la loro casa». May ha parlato al telefono con Merkel, Juncker e Tusk. Nel suo governo le divisioni sono forti: Philip Hammond è per una trattativa soft, mentre il ministro degli Esteri Boris Johnson vuole adottare la linea dura. Che divisioni sono? Johnson vorrebbe poter continuare a godere di alcuni privilegi commerciali legati all’essere parte dell’Europa, ma anche sottrarsi ai doveri che l’essere membro dell’Unione prevede. Hammond è più realista: riconosce che se Londra non cede su alcune questioni, non potrà godere di un trattamento commerciale privilegiato.

Nella lettera al Consiglio d’Europa May riconosce che l’uscita non sarà semplice e parla nello stesso paragrafo della sicurezza comune e della necessità di trovare un accordo sul commercio. Molti, tra cui i liberal democratici ai Comuni, hanno trovato scandalosa le minaccia velata – Se non concedete nulla sul commercio, saremo poco collaborativi sulla sicurezza e il terrorismo. Il passaggio segnala le ambiguità della posizione del governo di Londra: riconosce che il suo è un passo unilaterale di cui deve accettare le conseguenze – con un tono meno aggressivo che nei mesi passati – ma poi mette la sicurezza sul piatto. Nella bozza di risoluzione del Parlamento europeo ottenuta da The Guardian in materia si segnala invece che mai e in nessun caso gli accordi sulla sicurezza potranno essere messi sul piatto della bilancia nei negoziati sul commercio o sullo status futuro dei cittadini.

Cosa succede adesso?

La prima tappa è l’individuazione di una posizione comune all’Europa. Bruxelles segnala e fa sapere due cose: si prenderà il tempo necessario per avere un’agenda chiara e condivisa ed è pronta ad avere un atteggiamento aperto nei negoziati sempre che Londra non cerchi di provare a dividere il fronte europeo negoziando accordi bilaterali. In quel caso, i toni e la sostanza si faranno più aspri.

 

Quali sono i nodi delle trattative?

In breve: status e diritti dei cittadini europei residenti e/o occupati in Gran Bretagna e britannici in Europa, il debito del Regno Unito nei confronti dell’Unione, i confini.

Lo status dei cittadini riguarda i diritti di lavorare, risiedere accedere al welfare. Al momento ci sono circa 1 milione e 200mila persone britanniche residenti in Europa (300mila in Spagna) e tra questi 400mila sono pensionati che ricevono la loro pensione britannica. Gli europei in Gran Bretagna sono 3,3 milioni, molti sono impiegati nel Sistema sanitario nazionale l’NHS, molti altri lavorano nella mega industria dei servizi finanziari della City. Poi ci sono gli studenti (e gli idraulici polacchi). Oltre ai milioni coinvolti, in Gran Bretagna molti sono preoccupati per le trattative: se andassero male – improbabile su questo fronte – la City di Londra avrebbe seri problemi. Il sindaco della capitale Sadiq Khan si è augurato, per il bene di Londra, che si eviti l’esodo degli europei. Le trattative sulle relazioni commerciali giocheranno una parte cruciale nel caso dei dipendenti della City: se ci fosse la fuga delle banche europee, molti loro dipendenti si trasferirebbero. Nella bozza di risoluzione del Parlamento europeo si segnala come Londra non dovrà godere di uno status speciale e che i diritti dei cittadini europei in Gran Bretagna (e di tutti che vi si trasferiranno) devono essere validi fino a quando il processo non sarà concluso.

Il conto da pagare: ovvero quanto Londra dovrà versare a Bruxelles per carichi pendenti (dal contributo al budget per l’anno in corso agli impegni di spesa presi nel corso degli anni i cui pagamenti non sono ancora avvenuti). Il costo si aggira secondo le stime tra i 40 e i 60 miliardi di euro. I brexiters più duri sono per fare la faccia feroce in materia. Le spese sono dovute perché si riferiscono a impegni presi nel passato. Adottare una posizione troppo rigida potrebbe costare a Londra l’adozione di posizioni più dure da parte dei 27.

I confini: l’Irlanda è un’isola con un’identità forte e l’appartenenza della Gran Bretagna all’Ue ha abolito i confini artificiali dovuti alla separazione tra l’Eire e l’Ulster. Verranno reintrodotti quei confini? Sia Dublino che Belfast non vorrebbero dover tornare a bloccare i transiti tra le due parti dell’isola. Questa evenienza ha restituito forza agli indipendentisti irlandesi, che minacciano un referendum nel caso le trattative andassero male.

Poi viene il commercio

Qui la partita è colossale e complicatissima. Ci sono regole, tariffe, certificazione dei prodotti, scambi. Molto, quasi tutto, verrà determinato da come andrà la prima fase delle trattative, quella relativa al divorzio (cittadini, confini, conto da pagare). Di commercio si parlerà da dicembre e le posizioni saranno più o meno rigide anche sulla base di come saranno andai i negoziati fino a quel momento. Circa il 40% dell’export e dell’import britannici va o viene dall’Unione europea e le cose rimarranno così. Ma certo, a seconda di come andranno le trattative, le cose potrebbero cambiare. Ai britannici conviene che le trattative vadano bene.

Nella bozza di risoluzione che verrà sottoposta al Parlamento europeo si lascia intendere che, visto che la Gran Bretagna non intende sottostare alle “4 libertà” (di circolazione delle persone, delle merci, il diritto di stabilirsi e vendere servizi, la libera circolazione dei capitali) occorrerà individuare nuovi accordi su ogni singolo capitolo e che non tollererà tentativi di accordi bilaterali.

Ci sono posizioni diverse in Europa?

In teoria no, dopo le celebrazioni di Roma la facciata è quella di un fronte compatto. Almeno sulla Brexit. Ma le posizioni sono molto diverse perché gli interessi sono diversi. Quanti cittadini spagnoli, italiani, rumeni o polacchi vivono in Gran Bretagna, ad esempio, è un aspetto che influenza il posizionamento dei singoli governi – e viceversa: la Spagna ha un approccio soft perché le centinaia di migliaia di britannici che vanno e vengono dal Paese e hanno comprato casa sono una parte non indifferente dell’economia… e poi c’è Gibilterra. Il Lussemburgo, capitale finanziaria e bancaria del centro Europa non vuole più concorrenza da parte della City e, per questo, ha una linea dura. Germania e Francia sono piuttosto rigide perché vogliono tenere assieme l’Europa e temono la concorrenza sleale britannica – se Londra dovesse guadagnare dalla Brexit, altri potrebbero imitarla.

Quanto è importante la Brexit?

Molto. Per l’Europa i problemi riguardano la tenuta dell’Unione: meglio andrà ai britannici, peggio sarà la prossima volta che qualche leader politico prospetterà l’ipotesi di un referendum sull’Europa. Orban, non da solo, ha già ventilato l’ipotesi. Per la Gran Bretagna, molto di più. C’è l’economia, ci sono i cittadini, ma ci sono grandi questioni interne. Il Parlamento scozzese ha votato per un nuovo referendum sull’indipendenza. Londra ha risposto picche. Il Galles, il Nord Irlanda e Londra, hanno, in forma diversa, preoccupazioni relative alla Brexit, alle trattative e all’esito del braccio di ferro tra Londra ed Edimburgo. I sondaggi indicano che se si dovesse votare oggi, gli scozzesi voterebbero per l’indipendenza. La prospettiva sarebbe disastrosa anche perché così, ciò che rimarrebbe del Regno Unito si troverebbe un concorrente europeo sull’isola – non sarebbe difficile ipotizzare spostamenti di imprese oltre il confine. Non a caso, oggi sul Financial Times, l’ex premier laburista, lo scozzese Gordon Brown, chiede la creazione di uno Stato più federale. May, invece, oppone un Regno Unito più unito di quanto non lo sia oggi.

 

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