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Il culto religioso delle benedizioni pasquali nelle scuole di Bologna: lo ha deciso il Consiglio di Stato. Ma è una sentenza che mette a rischio il principio di laicità dell’istruzione pubblica in generale. Ecco perché

Sembrerebbe una guerra di carte bollate tra parroci e insegnanti da una parte e dall’altra genitori e insegnanti, questa volta contrari. Una querelle durata due anni con una sentenza del Tar che sancisce il principio della laicità della scuola e un’altra del Consiglio di Stato che la ribalta completamente affermando che sì, le benedizioni pasquali sono un rito religioso che si può svolgere nelle scuole non in orario scolastico però ma con tutti coloro che vogliono partecipare.

Ecco qua in sintesi la vicenda che ha scosso la laica Bologna. Ma quella che si è conclusa il 27 marzo con la pubblicazione della sentenza n. 01748/2016 del Consiglio di Stato, non è un fatto di cronaca regionale. Tutt’altro. E’ un atto normativo che potrebbe avere una serie di conseguenze a catena nefaste per la scuola pubblica che si basa sul principio di laicità. Lo sostiene allarmato Bruno Moretto, segretario del Comitato scuola e costituzione di Bologna in prima fila nel condurre la battaglia legale contro le benedizioni pasquali. C’è un punto infatti della sentenza del Consiglio di Stato che desta preoccupazione per il futuro degli stessi istituti scolastici. «Gli edifici scolastici – si legge – possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile». E fin qui va bene. Ma poi i giudici del Consiglio di Stato aggiungono: «Tra tali finalità può comprendersi quella rivolta alla realizzazione di un culto religioso, sempre che ne sia libera, volontaria e facoltativa la partecipazione, e ciò avvenga, come richiesto, al di fuori dell’orario del servizio scolastico». E’ chiaro che qui si apre la possibilità ad ad altre religioni, ma, sostiene Moretto, anche, perché no, dei partiti.

«Il giudice afferma che l’utilizzo di locali scolastici per la benedizione pasquale è equiparabile a quello relativo ad attività sportive, culturali o ricreative. E che tali attività possono ‘essere programmate o autorizzate dagli organi di autonomia delle singole scuole anche senza una formale delibera’. Applicando alla lettera questa idea gli edifici scolastici potrebbero essere a disposizione non solo delle diverse confessioni religiose per lo svolgimento di propri atti di culto, ma di qualunque associazione filosofica o di partito per propagandare le proprie idee».

Immaginatevi in un futuro alla Orwell in cui vari soggetti religiosi o no si scatenano per ottenere consenso in quelle “praterie” in cui vivono bambini o adolescenti… Un futuro apocalittico? Certo è che la sentenza del Consiglio di Stato scrive nero su bianco che le benedizioni pasquali sono un rito religioso che si può svolgere a scuola. «Il fine di tale rito, per chi ne condivide l’intimo significato e ne accetta la pratica, è anche quello di ricordare la presenza di Dio nei luoghi dove si vive o si lavora, sottolineandone la stretta correlazione con le persone che a tale titolo li frequentano». Benedire i soli locali, le mura, «senza la presenza degli appartenenti alle relative comunità di credenti», non è possibile, perché altrimenti sarebbe «una pratica di superstizione». Quindi occorre la presenza della comunità di studenti, insegnanti, genitori, perché no, così si chiude il cerchio. Almeno il rito religioso, concede la sentenza, non potrà avvenire in orario scolastico. Moretto ribadisce il principio della laicità della scuola pubblica. «Ritengo che, in base ai principi costituzionali di cui agli artt. 3, 33 e 34, i luoghi di studio gestiti dallo Stato italiano debbano restare estranei a ogni iniziativa confessionale o di parte». Anche perché come sostiene il Testo unico della scuola 297/194 l’attività scolastica deve essere aperta a tutti e finalizzata allo sviluppo della personalità degli studenti attraverso «un confronto aperto di posizioni culturali».

Ma come è andata la vicenda delle benedizioni? Tutto è cominciato il 9 febbraio 2015 quando tre parroci di territori in cui si trova un istituto comprensivo di Bologna chiedono di poter effettuare delle benedizioni pasquali dentro la scuola, una consuetudine alquanto rara in Emilia Romagna. Il Consiglio d’istituto concede il permesso di aprire i locali scolastici. Ma il 2 marzo alcuni insegnanti e e genitori insieme con il Comitato bolognese scuola e costituzione ricorrono al Tar. Il Tribunale amministrativo dell’Emilia Romagna un anno dopo dà ragione ai ricorrenti in nome del «principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato», e della «equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose». Il Tar stabiliva che nella scuola «non v’è spazio per riti religiosi -riservati per loro natura alla sfera individuale dei consociati».

Sembrava fatta ma è il Ministero stesso a ricorrere contro la sentenza del Tar, attraverso l’Avvocatura dello Stato:  è il ministro Giannini, racconta Moretto a Left che dà il via al ricorso al Consiglio di Stato. Nel 1994 era avvenuto un caso simile, sempre a Bologna, ma il ministro dell’Istruzione di allora, Rosa Russo Iervolino, non aveva presentato il ricorso. «Vorrei lanciare un appello alla nuova ministra Valeria Fedeli per sapere che cosa ha intenzione di fare a livello nazionale, stabilirà che questi riti religiosi non possono essere effettuati nell’orario scolastico?», dice Moretto.

E adesso cosa farà il gruppo di docenti, genitori e Comitato? «Sicuramente valuteremo di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo», dice a Left l’avvocata Maria Virgilio che ha patrocinato la causa dei ricorrenti contro le benedizioni pasquali. Il legale mette in evidenza anche la “stranezza della sentenza: «Non sembra una sentenza d’appello, di secondo grado, si è rifatto un giudizio tutto per conto suo. Il primo grado era fondato tutto sul principio di laicità, qui non viene mai citato. E quindi interpreta anche in uno strano modo cos’è la benedizione, dei luoghi con la comunità presente, altrimenti sarebbe una superstizione. Non si dice perché era sbagliata la prima sentenza, come dovrebbe fare una sentenza di secondo grado. E poi modifica il diritto canonico ma anche quello scolastico che è molto chiaro su che cosa si può fare nella scuola, attività scolastiche, parascolastiche ecc., ma le benedizioni sono un atto di culto, è un’altra cosa dalle attività parascolastiche».

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