Le carezze tra i leader dei Paesi membri dell’Ue non sono durate a lungo. A pochi giorni di distanza dal summit di Roma, la crisi migratoria è tornata a dividere l’Europa.

Qualche giorno fa, il Primo ministro austriaco, Christian Kern, ha chiesto di sospendere il piano di trasferimenti di migranti vero l’Austria, dall’Italia e dalla Grecia. Kern ha motivato la richiesta sostenendo che finora Vienna ha «mantenuto tutti gli impegni», al contrario di altri governi che invece hanno chiuso gli occhi di fronte alle proprie responsabilità. Peccato che pochi giorni prima, le autorità greche avevano lanciato un nuovo allarme riguardo alla capacità dello stato ellenico di gestire il numero di migranti presenti sulle proprie isole.

Nel frattempo anche i Paesi membri del così detto gruppo di Visegrad – Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria – hanno ribadito, per l’ennesima volta, che non intendono accettare diktat da Bruxelles in materia migratoria.

Tanto più che il Parlamento ungherese ha recentemente approvato una misura controversa per cui i migranti potranno essere detenuti lungo il confine meridionale del Paese. Lo stesso governo di Budapest ha annunciato che di aver costruito ben 324 “abitazioni” container in due punti lungo il confine con la Serbia. La misura sostenuta dal Primo ministro, Orban, era stata criticata soprattutto dalle organizzazioni non governative, ma anche dalla Commissione europea. E proprio da Palazzo Berlaymont sono arrivate nuove frecciatine al gruppo degli Stati dell’Est.

Il vicepresidente, Jyrki Katainen, ha detto che quando si parla di migrazioni e politiche di coesione, la «solidarietà europea non può essere interpretata come una strada a senso unico». Parlando delle celebrazioni del sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, Katainen ha ribadito che, dopo le parole, servono le azioni: «È l’ultima occasione per riformare le istituzioni europee e andare incontro alle aspettative dei cittadini europei».

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