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«I caporali sono la nostra fortuna». Così titola, fra virgolette, la Gazzetta del Mezzogiorno di ieri l’intervista a un floro-vivaista pugliese, Angelo Lamanna, il quale non esita a dire quello che probabilmente pensano molti imprenditori – non soltanto in Puglia e non soltanto nel settore agricolo. Se servono 20 operai il giorno dopo, il caporale li procura. E se poi piove e ne servono 5, ne porterà 5, «perché sono 15 di troppo e dovrei pagarli per far nulla» dice Lamanna.

Un punto di vista “estremo”, certamente, ma anche il sintomo inquietante di un’idea che si è diffusa sempre più: il diritto del lavoro e i diritti del lavoratori rappresentano un ostacolo al libero mercato. Competitività, concorrenza, flessibilità sono i pilastri su cui il datore di lavoro “crea benessere e ricchezza” ci è stato detto, e il dogma neoliberista è diventato legge in Italia con il Jobs act. Peccato che nessuno ci abbia detto che quel benessere e quella ricchezza vengono creati a beneficio esclusivo di alcuni, e non certo dei lavoratori.

Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, unite ad estorsione, sono le accuse rivolte ad esempio a nove imprenditori impegnati nella ricostruzione post-sisma a L’Aquila e arrestati due giorni fa nell’ambito dell’operazione Caronte. La Dda del capoluogo abruzzese evidenzia come gli arrestati sfruttassero, stando alle accuse mosse dagli inquirenti, «lo stato di necessità, indigenza ed estrema difficoltà economica in cui versavano gli operai» tenuti a bada – e allontanati in caso di proteste – facendogli firmare una lettera di dimissioni senza data.

«Il caporalato è una delle espressioni del sistema di reclutamento e sfruttamento che ha permesso a decine di migliaia di aziende agricole, spesso di grandi dimensioni, di ottenere guadagni illeciti milionari a discapito dei diritti dei lavoratori e non solo» commenta Marco Omizzolo, sociologo, coautore e curatore della raccolta di saggi Migranti e diritti (Edizioni Simple). «A volte queste pratiche si sono svolte anche in associazione con clan mafiosi. Contrastare questo fenomeno dal punto di vista penale e sociale è fondamentale. Su questa battaglia si capisce chi sta con la legalità e la giustizia e chi invece dalla parte dei padroni e dello sfruttamento».

LEGGI IL TESTO DELL’APPELLO

Ma torniamo all’aria che tira. Approvata la legge 199 del 2016 che inasprisce le pene per lo sfruttamento della manodopera e riconosce, tra l’altro, la responsabilità anche del datore di lavoro oltre che del mediatore, in molti ambienti sono partiti i mugugni e il pressing sulla politica. “Troppo punitiva”, “penalizza le imprese”, si sente dire. Lunedì 3 aprile a Bari è annunciata una manifestazione di 3mila aziende agricole contro le norme approvate lo scorso ottobre. Vogliono che siano eliminati la sanzione penale e il sequestro dei beni all’imprenditore.

«Si tratta della seconda manifestazione padronale in meno di un mese e mezzo. Un segnale inquietante che spaventa i braccianti» fa notare l’antopologo e scrittore Leonardo Palmisano, che ha appena dato alle stampe il volume Mafia Caporale, edito da Fandango Libri. «Le imprese che protestano negano l’evidenza di un regime di sfruttamento che sta divorando, in Puglia e non soltanto, decine di migliaia di vite umane. Questo è intollerabile, inqualificabile. Una manifestazione del genere è un segnale dato ai braccianti, più che alla politica. Un segnale terroristico».

Annunciano una sorta di serrata gli imprenditori in agitazione, che si ripeterà a maggio se non saranno ascoltati. Sulla stessa linea anche la Cia Puglia, che chiede inoltre di bloccare il disegno di legge dei senatori Barozzino e Casson sulla “Introduzione del reato di omicidio sul lavoro e del reato di lesioni personali gravi o gravissime”. Proprio nei giorni in cui al ministero dell’Agricoltura viene inaugurata una targa che ricorda Paola Clemente, la bracciante italiana morta di stenti a luglio 2015 ad Andria, mentre lavorava.

Ma le proteste di alcune aziende non sono la sola mobilitazione in programma. C’è anche chi si batte a sostegno di una risposta ferma dello Stato e di una riflessione collettiva su tutta la filiera produttiva per prevenire, oltre che reprimere, gli episodi di sfruttamento. «Per questo noi saremo il 17 aprile a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, per la #MarciaNoCapolato» riprende Omizzolo. «Temo che le reazioni inaccettabili di alcune categorie datoriali e di varie aziende sia il primo tempo di una battaglia lunga, che rischia di portare a proposte parlamentari di revisione della recente legge 199, se non di una sua completa cancellazione. Sarebbe un attacco inaccettabile e davvero pericoloso. Respingeremo anche quello insieme alle migliaia di cittadini che marceranno con noi a Pasquetta».

E Palmisano, tra i promotori con Omizzolo, Giulio Cavalli e Stefano Catone dell’appello per la manifestazione nazionale che conta già centinaia di adesioni, aggiunge: «La strategia padronale di fronte alla crisi si confema pessima: preferiscono fare profitto a danno dei braccianti. Evidentemente non hanno ancora capito che il mondo e il mondo del lavoro hanno bisogno di valori, non di sfruttatori. La risposta ci sarà il 17 aprile a Borgo Mezzanone. Saremo in tanti da tutta Italia, più determinati e più numerosi di loro».

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