Servono, in teoria, ad alleviare la povertà e incentivare le nascite. Ma i dati su fertilità, occupazione e i numeri delle domande, ci dicono che sono sostanzialmente inutili. Se non come ottimo momento televisivo per i premier e i ministri di turno

L’annuncio fu dato il 19 ottobre 2014 nel salotto di Barbara D’Urso su Canale 5, come si conveniva all’epoca alle grandi svolte renziane in camicia bianca e maniche arrotolate: 80 euro al mese per tutte le mamme a partire dal primo gennaio 2015 e per tre anni. Il ripristino del bonus natalità, già sperimentato dal governo Berlusconi nel 2004. Due anni e mezzo dopo, e con 28mila neonati in meno, il fatto è difficilmente contestabile: più bonus uguale meno bebè. Eppure, quando è stato pubblicato l’ultimo bollettino della denatalità in Italia, pochi hanno ricordato che i nuovi record negativi si sono registrati proprio negli anni della misura monetaria straordinaria per aiutare le famiglie con bambini. Con la demografia e l’economia non si fanno esperimenti in vitro, di solito: ma gli ultimi indicatori demografici, confrontati con un po’ di numeri dell’economia, consentono di trattare il bonus bebè come un gigantesco esperimento, su scala nazionale. Fallito.

Su Left in edicola Roberta Carlini racconta di come l’idea di incentivare le donne a fare figli attraverso l’elargizione di assegni sia una politica fallimentare e quali sono le alternative.

I dati Istat sono inequivocabili: nell’infografica si mostrano, regione per regione, i dati relativi alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, al numero di posti in asilo per 100 bambini tra gli 0 e i 2 anni e il tasso di fecondità femminile. Nelle regioni dove le donne lavorano di più e i posti in asilo disponibili sono più numerosi, si fanno più figli.

Il pezzo integrale è su Left in edicola

 

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