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No, l’ambasciatore americano a Mosca non ha mai alzato un cartello inneggiante alla libertà in Russia partecipando alla marcia per Nemzov dopo il suo assassinio sulle rive della Moscova. No, il governo francese non spenderà cento milioni di euro per comprare hotel per ospitare i migranti. No, non verranno rimpiazzate le vacanze scolastiche per le festività cristiane con quelle ebraiche o musulmane. E non è vero che il 44% degli studenti musulmani francesi dei licei crede sia giusto imbracciare le armi per difendere la propria religione: è vero solo in alcune scuole, istituti di periferie povere, dove è stato compiuto quel sondaggio, poi spacciato e riportato come nazionale. Il candidato Henry de Lesquen esiste davvero: “No, non è inventato né è un personaggio di finzione”. No, Henri Guaino non vuole fermare l’ondata di freddo con i lanciarazzi.

I siti francesi e i loro giornalisti sono continuamente interpellati da utenti e lettori che si chiedono cosa sia, ormai, la verità. La disinformazione all’alba del voto può essere invisibile come polvere, è una patina che si insinua ovunque e instilla il dubbio che sia tutto fasullo. Tra poco, forse, i giornali serviranno principalmente solo a questo:  smentire le bufale dei social network.

L’algoritmo domina. Sì, la mappa degli scontri tra manifestanti e polizia in quasi ogni angolo di Francia è vera, ma risale al 2005 e non al febbraio 2017: lo stato di emergenza nazionale fu dichiarato dopo che novemila auto della polizia furono attaccate in seguito alla morte di due adolescenti. No, l’orologio del candidato di sinistra Mélenchon non costa 17.750 euro e non esiste nemmeno. È un fotomontaggio e la fonte che aveva messo in circolo l’immagine lo aveva perfino dichiarato. Ma questo non ha risparmiato Mélenchon da polemiche al bon comuniste col Rolex. Sì, il giornale che risale al 1958, dove in prima pagina c’è la storia del presunto scandalo sulla moglie di De Gaulle, “la verità su Yvonne”, è un falso fabbricato dalla rete per fare da eco al Penelopegate che ha colpito il candidato Fillon, quando sono stati scoperti dei finanziamenti illeciti di centinaia di migliaia di euro per i membri della sua famiglia. Non è stata un’anatra zoppa, ma una incatenata, il Canard Enchainé, giornale satirico, a svelare la vicenda della moglie di Fillon. In seguito l’edizione ha riportato anche un’altra notizia – vera, ma non ancora provata fino in fondo: Fillon sarebbe stato l’apparente linea di congiunzione per l’incontro tra Putin e Patrik Pouyannè, imprenditore libanese con interessi in Total.

C’è la campagna elettorale in corso e c’è quella parallela dei social network anche in Francia. Wallerand de Saut, membro del Front national, dopo uno dei dibattiti presidenziali in tv, posta sul suo account l’infogramma di un sondaggio che appare essere del giornale Le Figaro, ma non lo è. La domanda posta chiedeva del candidato più convincente al tête-à-tête politico. La notizia, falsa, dava per prediletta Marine Le Pen. La fake scoppia come popcorn, tweet dopo tweet. Se l’intervento russo è sempre più denunciato dopo l’esito del voto per le interferenze nella politica americana durante le elezioni, quello in Francia è descritto a priori, a suon di accuse di manipolazione, malafede, siti controllati dalla Russia per la destabilizzazione del sistema democratico francese. Per farlo – scrivono esperti, giornalisti, politici – bastano i social network.

Chi e come sta lavorando per influenzare la campagna elettorale francese e quali gli strumenti esistenti in rete per disinnescare questa bomba? Michela Iaccarino ce li racconta su Left in edicola dal 1 aprile 

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