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La ferocia come legittima difesa? No. Grazie. Vale dentro un piccolo bar di campagna, vale dentro la tabaccheria rapinata, vale a San Pietroburgo, vale ovunque dove ci siano vittime che non hanno nulla a che vedere con le guerre che si giocano sopra le loro teste o sotto i piedi.

Alla notizia dell’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo (11 morti finora, all’ora in cui scrivo) insieme alle ovvie farneticanti felicitazioni di terroristi e paraterroristi si è dispiegata anche una certa malcelata soddisfazione per la punizione che quei morti indirettamente avrebbero compiuto nei confronti di Putin.

È il solito giochetto di chi convinto delle proprie ragioni crede di avere diritto a una ferocia, chissà perché, più nobile della ferocia degli altri. Quando il dramma succede per quelli che politicamente o umanamente sentiamo più vicini diventiamo ipersensibili alle ombre della solidarietà troppo timida o simulata mentre se accade per qualcuno che non amiamo allora lasciamo spuntare le unghie e affiliamo i canini.

No, grazie. Grazie, no. Sarò banale e buonista nel ricordami che morire per una bomba sia terribilmente crudele e ingiusto in qualsiasi nazione. Sarò miope nel credere ancora, ed esserne fermamente convinto, che un rivolo di sangue non abbia mai giustificazioni. Mai.

Mi interessano quegli undici corpi interrotti nella routine di una giornata di lavoro. Quelli. E se qualcuno ha intenzione di sventolare i cadaveri per un battaglia politica cedendo alla ferocia allora significa che il terrorismo ha già vinto, prima ancora delle bombe.

“La vendetta è una specie di giustizia primitiva alla quale, quanto più la natura umana ricorre, tanto più la legge dovrebbe mettere fine”, scriveva Francis Bacon. E sarebbe da ripeterselo tutto il giorno.

Buon martedì.

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