Tra le proteste di volontari e migranti e l’ambascia del movimento dei bersaniani (alcuni voteranno sì, altri no) la Camera approverà il decreto Minniti sull’immigrazione. Vi spieghiamo perché è pericoloso

Fiducia numero 83 dall’inizio della legislatura. Oggi la camera vota uno – quello sull’immigrazione – dei due ormai celebri decreti Minniti (che sono in realtà Minniti-Orlando, a doppia firma, motivo per cui Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana può peraltro approfittare delle manifestazioni contro i decreti per confermare che da sinistra non arriverà allo sfidante di Renzi, ministro della Giustizia, alcun supporto alle primarie).

Si vota con un voto di fiducia, l’ennesimo, ed è quasi noioso segnalare la mortificazione a cui è costantemente sottoposto il parlamento, passacarte del governo di turno. Se ai parlamentari piace così, d’altronde, noi si può far poco. Il decreto, che vuole intervenire sull’immigrazione clandestina, verrà comunque approvato, e introduce alcune novità.

Su Left vi abbiamo spiegato nel dettaglio le cose che non ci convincono, tra cui l’abolizione del secondo grado di giudizio nei procedimenti relativi al riconoscimento della protezione internazionale e l’impiego dei richiedenti protezione internazionale in attività di utilità sociale, che potrà anche non esser retribuita. Navigando un po’ sul nostro sito troverete dunque tutto quello che vi serve per farvi un’idea sul provvedimento.

E allora, mentre sotto Montecitorio una manifestazione di protesta accompagnerà il voto, noi oggi ci soffermiamo sulle note politiche che il decreto, già approvato al Senato, solleva. La prima è che non esiste crisi politica, non esiste crisi di maggioranza, sui provvedimenti, quindi al netto delle contese interne al partito democratico che si dimostra ancora una volta elemento destabilizzante delle maggioranze che anima, nel continuo inseguirsi di primarie, congressi, interviste. La seconda riguarda invece il Movimento democratici e progressisti, che sta vivendo ore di gran ambascia. Metà del gruppo è per votare no, metà per votare sì. Si cerca una mediazione dell’ultima ora, è vero – si vedono alle 15 – ma per esser l’avvio di una forza politica non è dei migliori.

Sono nato a Roma, il 23 febbraio 1988. Vorrei vivere in Umbria, ma temo dovrò attendere la pensione. Nell'attesa mi sposto in bicicletta e indosso prevalentemente cravatte cucite da me. Per lavoro scrivo, soprattutto di politica (all'inizio inizio per il Riformista e gli Altri, poi per Pubblico, infine per l'Espresso e per Left) e quando capita di cultura. Ho anche fatto un po' di radio e di televisione. Per Castelvecchi ho scritto un libro, con il collega Matteo Marchetti, su Enrico Letta, lo zio Gianni e le larghe intese (anzi, "Le potenti intese", come avevamo azzardato nel titolo): per questo lavoro non siamo mai stati pagati, nonostante il contratto dicesse il contrario.