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Perché la sinistra perde? Con o senza punto interrogativo, questo era il compito che i miei colleghi mi hanno assegnato per la storia di copertina del numero di Left che trovate in edicola. Dopo aver chiacchierato per quasi due ore con Owen Jones ed essere rimasti senza parole di fronte a domande – a cui noi di Left avremmo dovuto invece saper rispondere in grande scioltezza (del tipo: Perché nonostante in Italia la crisi sia molto forte, la sinistra non vince?) -, sono stata spedita al festeggiamento dei 60 anni dell’Arci perché la sinistra, quella italiana, sarebbe stata tutta lì. Tutta in prima fila sulle poltroncine del teatro Orione, in via Appia a Roma.

E in effetti in prima fila c’erano tutti. Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, Matteo Orfini, presidente del Partito democratico, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista, Susanna Camusso, segretaria della Cgil, Andrea Orlando, ministro della Giustizia e contendente alle primarie del Pd di Matteo Renzi, Roberto Speranza, leader di Articolo Uno, Michele Emiliano (in collegamento), presidente della regione Puglia e terzo candidato alle primarie del Pd, Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista, Riccardo Magi dei Radicali e anche Sergio Staino, vignettista, padre di Bobo ed ex direttore de l’Unità.

Insomma c’era tutta – ad eccezione forse di Possibile – la sinistra italiana. Sulla carta almeno. Sul palco insieme a loro c’erano pure le sagome (questa volta di cartone) dei protagonisti del Quarto stato di Pellizza da Volpedo e una presentatrice che si irritava ogni volta che l’invitato a parlare sforava i dieci minuti di tempo che gli erano stati concessi. E il pubblico, sessanta persone circa che riempivano sì e no, a macchia di ghepardo, una platea davvero troppo vuota. Dov’è il popolo? Quello della sinistra? Com’è che non è lì?

Non serve troppo tempo per capirlo. Soprattutto avendo in testa le parole – queste sì di sinistra, che leggerete sul nostro settimanale – scambiate poche ore prima con Owen Jones che abbiamo incontrato in redazione. Basta guardare la distrazione della platea. Sarebbe bastato chiedere a quei 60 spettatori se si fossero mai sentiti “pensati” dagli invitati sul palco, e anche se avessero ancora fiducia nel fatto che quelle parole, tante parole di quegli invitati, sarebbero poi diventate prassi politica, e azione. Collettiva.

Io rispondo – qui in sintesi, sul giornale più lungamente. Per me, due soli picchi emotivi (superati presto dalla visione serale di un documentario, Avanti!, di una giovane regista, Lucia Senesi, che vi consiglio, che ha girato l’Europa con Gramsci in testa). Banali, nel senso di molto molto familiari, ma almeno picchi. Il primo quando Nicola Fratoianni rivolgendosi ad Andrea Orlando, cofirmatario del famoso decreto Minniti-Orlando di cui abbiamo lungamente scritto, dice al ministro: «Attento perché il Daspo uccide un pezzo della Storia migliore di questo Paese». Bello, perché Fratoianni ritiene evidentemente pezzo migliore della Storia di questo Paese l’accoglienza e la solidarietà. E bello, perché ritiene che uno strumento come il daspo, un foglio di via, per barboni, migranti… soggetti ritenuti dalle autorità “socialmente pericolosi”, uccida quella Storia migliore. Uccida quell’idea insindacabile e universale di un’uguaglianza che è alla nascita e che nessun colore o ruolo sociale o Paese d’origine o mezza politica o interesse nazionale potrà mai intaccare. Il secondo picco è quando Paolo Ferrero si avvicina al palchetto, sempre con la sensazione di essere fuori posto e fuori tempo (un po’ lo è, in effetti), e cita Albert Einstein: «Il cervello è come un paracadute, funziona solo se si apre» dice. Lo so che può sembrare una sciocchezza, eppure lì con quelle sagome di cartone del Quarto Stato, la presentatrice irritata, gli ospiti concentrati su smartphone e tablet, la platea semivuota, mi è sembrato un miracolo di “presenza”. Umana e politica.

Di picchi emotivi per i 60 anni dell’Arci basta così, per il resto le ragioni per cui la sinistra perde (senza punto interrogativo) si susseguono sul palco. Qui ne anticipo due: Matteo Orfini che spalleggia il decreto Minniti (e Orlando) e sostiene che “sicurezza” è una parola di sinistra quanto “integrazione”. Anzi che la “sicurezza” non va lasciata alla destra e ci racconta perle dal suo quartiere di periferia che gli chiede proprio sicurezza. Massimo Bray che spiega ai 40 (a quel punto) in platea che la terra è in prestito, come dice papa Francesco, e quindi non la dobbiamo rovinare perché non è nostra.

L’articolo continua su Left in edicola

 

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