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L’annuncio di Theresa May di convocare elezioni a sorpresa il prossimo 8 giugno è un colpo di mano e una specie di golpe istituzionale. Fino a poche settimane fa dal governo giuravano che non ci sarebbero state elezioni anticipate. Non è più vero: il governo di Sua Maestà Britannica ha votato per sottoporre alla camera dei Comuni una mozione che convoca i comizi elettorali. Servono due terzi dei voti, ovvero anche una parte dell’opposizione.

Ci servono elezioni perché serve stabilità e perché abbiamo una finestra di opportunità mentre l’Europa ragiona su come si presenterà al tavolo della trattativa sulla nostra uscita dall’Unione europea – così ha spiegato May – Da quando sono premier ho detto il contrario (ovvero che non ci sarebbero state elezioni straordinarie), ma l’unica soluzione per avere stabilità è un voto e una chiara maggioranza… Ho una sfida all’opposizione: avete minacciato di bloccare le leggi e un’opposizione durissima a questo governo. È il vostro momento: votiamo per elezioni e facciamo decidere il popolo britannico».

Nel suo discorso la premier conservatrice ha rilanciato un’idea aggressiva di Brexit e magnificato il futuro lontano dall’Europa e attaccato gli oppositori che cercano di rallentare o ammorbidire il processo della Brexit, ricordando come i Lords che si oppongono alle sue scelte siano «non eletti». «Se non votassimo adesso ci troveremmo a fare la campagna elettorale a ridosso delle trattative cruciali con Bruxelles» ha detto May aggiungendo di volere un «Regno unito che traccia al sua strada, riconquista il controllo sulla propria moneta e sulle proprie frontiere, stipulando accordi commerciali con vecchi e nuovi partners».

C’è qualcosa di interessante nel discorso di May: l’appello diretto al popolo, la critica della “casta” dei Lord (una bestemmia per un conservatore), il ritorno al controllo di frontiere e moneta. Se non fosse un leader conservatore si potrebbe dire che è il discorso di una Marine Le Pen qualsiasi. I Tories, insomma, sembrano voler occupare lo spazio dell’Ukip e cavalcare quegli istinti bassi che hanno prodotto la vittoria del Leave. La stessa scelta poco istituzionale e non concordata, discussa con gli altri partiti di un’elezione anticipata è il segno di una tradizione della politica britannica che va in pezzi assieme alla Brexit. Come aveva fatto il premier Cameron scommettendo sul referendum per prendersi il partito e riaffermare la propria leadership nazionale, forte come era delle difficoltà laburiste, May scommette su se stessa e sulle proprie posizioni, invece di puntare alla stabilità del Paese e alla ricostruzione di un discorso istituzionale condiviso.

In casa laburista c’è il panico. La leadership di Jeremy Corbyn è in discussione dal primo minuto e la sua incapacità di guidare il partito a una vittoria è stata ribadita in queste settimane anche da molti suoi sostenitori. Ad esempio Owen Jones, che in un’intervista a Left in edicola aveva parlato di una sinistra laburista «non pronta per quella vittoria: non abbiamo le istituzioni intellettuali e le basi per una vittoria di quella portata. Mi ci metto anche io, sia chiaro. In genere ci definiamo attraverso battaglie difensive nelle quali la nostra identità si definisce sulla base di ciò a cui ci opponiamo. Basta privatizzazioni, no alla guerra, no allo smantellamento del servizio sanitario nazionale…manca una visione della società. E questo è un problema enorme». Jones pensava fosse necessario un cambio di leadership, ma oggi, con un editoriale su The Guardian, dice: perderemo ma dobbiamo limitare i danni e unirci attorno a Corbyn. Il tempo per un cambio di leadership non c’è più. Corbyn dal canto suo dice di essere pronto a raccogliere la sfida. Una sconfitta grave – e probabile – vedrebbe la sua leadership diventare tra le più brevi della storia del Labour. Al momento però non c’è nessuno che appaia in grado di diventare una figura capace di unire il partito. Chi si sfrega le mani sono invece i Liberal Democratici, gli unici a essere in maniera inequivoca uniti contro l’uscita dall’Europa, come del resto il 48% degli elettori britannici.

La scelta di May è scriteriata e non ha nulla a che vedere con le trattative con Bruxelles per diverse altre ragioni. La leader conservatrice spiega: con una maggioranza ampia saremo più forti al tavolo del negoziato. Falso: a Bruxelles non interessa quanto forte sia il mandato, a questo punto e data la posizione rigida del governo di Londra, ciascuno punta al miglior risultato per sé. A prescindere dal mandato nazionale. Poi ci sono la Scozia e l’Irlanda del Nord, con questa scelta e nell’eventualità che le posizioni conservatrici si rafforzino, cresce di molto la possibilità che a Edimburgo e Belfast decidano davvero di tenere dei referendum e staccarsi dal Regno Unito (e nel caso del Nord Irlanda, unirsi alla Repubblica irlandese). Questi sono tempi di crisi, le scelte politiche non convenzionali spesso pagano ma generano nuovo disordine. La premier conservatrice, in questo caso, sembra aver scelto di partecipare alla creazione di disordine. Qualsiasi sia l’esito delle elezioni da lei convocate.

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