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Era il 26 aprile 1937  quando la Legione Condor bombardò la cittadina basca Guernica. L’incursione aerea massacrò i civili, bambini, donne, vecchi.  Con l’aviazione legionaria fascista, la legione nazista  dichiarò che l’obiettivo dell’attacco era il ponte di Rentería, un passaggio di appena 19 metri di altezza e 9 metri di larghezza sul fiume Oca. Scopo: mettere in difficoltà i partigiani repubblicani. Evidente la dismisura dei mezzi impiegati.  Le bombe devastarono la città, quasi radendola al suolo. Solo per un fortunatissimo caso  si salvò l’Assemblea Basca.

«L’evento nel suo insieme fu impressionante – scrive Rudolf Arnheim in Guernica, genesi di un dipinto (Abscondita) -, non si trattava semplicemente di danni, ma della devastazione pressoché totale di una pacifica collettività. Si trattava della manifestazione della brutalità fascista nel senso più completo della parola. Guernica era una città di donne e bambini…».

A ricordare quell’agghiacciante azione italo-tedesca resta oggi nella cittadina basca nel nord della Spagna un suggestivo, ampio, giardino, con silenziose e potenti testimonianze di artisti, sculture primitive di Chillida e le forme classiche e solenni di una scultura di Moore. Ma è soprattutto l’omonimo, celebre quadro di Picasso, ad evocare  il dramma di quel disumano sterminio. L’artista spagnolo lo dipinse per l’Expo di Parigi del 1937. A patto che il quadro restasse depositato al MoMa fino alla caduta del dittatore Franco e al ritorno della democrazia. Così è stato: Guernica è rientrato a Madrid nel 1981, prima al Prado poi al Reina Sofía, di cui oggi è l’opera simbolo.

Per ricordare l’anniversario il Museo Reina Sofia, nel 2017, ha organizzato una grande mostra Pietà e terrore in Picasso: la strada a Guernica. Con 150 opere, oltre a Guernica,  per raccontare il percorso dell’artista spagnolo dagli anni Venti fino alla metà degli anni Quaranta. Oltre alle numerose opere di Picasso conservate in Spagna, figurano molti prestiti di musei internazionali: dal Musée Picasso e dal Centre Georges Pompidou di Parigi, dalla Tate Modern di Londra, dal MoMA e dal Metropolitan Museum di New York. 

Si racconta che un ufficiale tedesco sia andato a trovare Picasso e di fronte a Guernica abbia chiesto: «l’avete fatto voi, maestro?». «No, l’avete fatto voi. Con la Luftwaffe», fu la risposta secca dell’artista. Passione civile, consapevolezza del proprio talento e sapiente uso del proprio ruolo pubblico come artista di successo, brillano in queste sue poche parole. Anche su commissione, in un’occasione che poteva prestare il fianco alla retorica, Picasso si rivelò un grande innovatore. Invenzione, creazione di immagine e profonda conoscenza dell’arte del passato e delle fonti classiche si mescolano in questa potente rappresentazione in bianco, nero e una immensa scala di grigi. Un quadro che nelle sue forme scheggiate, impazzite di dolore, nel gesto disperato di una madre di fronte alla morte del figlio, fra distruzione e rovine evoca la tragedia greca antica, ma anche, nel pathos e nell’essenzialità del segno pittorico, capolavori come le fucilazioni del 3 maggio 1808 di Goya e L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano di Manet. Qui si ritrova tutta la visionaria forza dei «desastres de la guerra».

Picasso, che fin da piccolo era dotatissimo nel disegno e sbalordiva tutti all’Accademia reale di San Fernando a Madrid, nel 1897,  del resto aveva  preso ben presto a saltare le lezioni per passare le giornate al Prado a copiare capolavori antichi: specialmente Velázquez, Goya e molti altri.  La memoria fantasia di quegli incontri con opere dà spessore a Guernica, capolavoro che qualche anno fa Carlo Ginzburg è tornato a rileggere in un denso saggio  sul potere delle immagini, dal titolo Paura, reverenza, terrore (Adelphi).  «Nel saggio su Guernica, lo scopo di ricostruire lo shock iniziale del quadro” è raggiunto con le armi della filologia, ripercorrendo la traiettoria del dipinto dai primissimi abbozzi, dell’etimologia (tracce di iconografia classica), dell’attualità politica, dell’inclinazione estetica», ha scritto Salvotore Settis. «Le urgenze dell’oggi ci spingono a leggere il passato come lievito vivente della collettività umana. Forse, verrebbe da dire, a leggerla bene tutta l’iconografia è politica».

Nell’addensata composizione di Guernica, per esempio Carlo Ginzburg, individua  un dettaglio interessante quanto eloquente: «la violenta giustapposizione di antico e contemporaneo operata da Picasso accostando una spada spezzata e una lampadina». E, in effetti, ossimorica appare a tutta prima la sua scelta di un linguaggio classicheggiante, con citazioni implicite di Pegaso e altri miti antichi, in mezzo a un tumulto di figure fatte a pezzi. Ma proprio l’antica spada spezzata potrebbe rivelare il messaggio nascosto di questo murale dipinto su commissione dall’artista spagnolo filo repubblicano e schierato contro l’oppressione di regime.  La presenza di un braccio con la spada evoca antiche statue d’accademia, una vetusta idea di patria e la figura del padre. Segnali non casuali secondo Ginzburg. «La spada rotta, il cui anacronismo è sottolineato dalla presenza della lampadina, suggerisce che di fronte all’aggressione fascista le armi della tradizione sono pateticamente inefficaci».

 

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